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Ecco gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di nadia (del 02/02/2010 @ 11:14:36, in PALU', linkato 92 volte)

Il 2010 sarà l'anno della biodiversità. A dire il vero dovrebbe essere l'anno del giro di boa della biodiversità: cioè l'anno in cui si smette di perdere la Biodiversità.

Benvengano allora i momenti di resa dei conti sulla biodiversità di casa nostra. Quanto sta succedendo a quel meraviglioso scrigno di biodiversità che sono i palù del Quartier del Piave è ben detto nel testo che riporto qui sotto, scritto dal bravo Paolo Favaro che avete già conosciuto nei post precedenti.
 Leggete... leggete..... presto ci sarà da agire su questo fronte.
Io sono pronta!



Vi scrivo per rendervi noto, a circa mesi dal mio primo allarme, che martedi scorso ho avuto conferma dei miei timori.
Ho partecipato, martedi scorso,  al CEA di Fontigo (gestito da Legambiente di Sernaglia) alla presentazione di un'interessante tesi di laurea dal titolo: Ipotesi di gestione sostenibile dei Palù del Quartier del Piave (dott.ssa Margherita Dalle Ceste) e, nel corso della presentazione e della successiva discussione, un naturalista presente: Luca Berdusco, ha confermato non solo la continua erosione del paesaggio a campi chiusi ma, soprattutto, il dato che la biodiversità e cioè le specie endemiche e/o di particolare valenza naturalistica (quelle insomma che giustificano la definizione di area SIC) sono ormai relegate a non più di 2 ha sui 692 ha complessivi dell'area "tutelata".    La possibilità quindi di salvare questo residuo scrigno di biodiversità è affidato ad un urgentissimo intervento che lo stesso Luca Berdusco, coi volontari di Legambiente, cercherà di operare convincendo i proprietari delle aree interessate a mantenere la pratico dello sfalcio ed evitare al contempo quella della concimazione del terreno.   
Legambiente locale sta lavorando nei confronti delle diverse amministrazioni comunali per rendere possibile all'interno del piano d'area esistente una serie di indicazioni e di vincoli che (unitamente ad un sostegno economico ancora da definire e capire se sia di provenienza europea piuttosto che locale o regionale ma che dovrebbe convincere i proprietari a desistere dalle cattive pratiche) garantiscano la sopravvivenza delle specie  censite  ancora solo negli anni '90.    A titolo di esempio: della decina di specie di orchidee censite agli inizi degli anni '90 ora ne sarebbero presenti non più della metà.
Cercherò di tenervi informati su questa "emergenza" ambientale e anche, se sollecitato da chi opera sul posto, vedere come si possa dare una mano.
Cordiali saluti
 
Paolo Favaro

 
Di nadia (del 09/11/2009 @ 11:59:30, in PALU', linkato 116 volte)

C'è molta attenzione verso questi luoghi. Leggete le osservazioni di Paolo Favaro e la risposta di Roberto Masiero. Quest'ultimo, in particolare, in quanto scrittore (poesie e romanzi premiati) è capace di dare un respiro universale alle nostre attenzioni per questi luoghi, rendendo le stesse più nobili e degne. Grazie a Paolo e Roberto.
Qui sotto i loro due testi in dialogo,



Cari amici, periodicamente torno a uno dei miei "Luoghi del cuore", i Palù del medio Piave, zona rientrante tra i SIC e ZPS della Regione Veneto.
Un paesaggio splendido e, oramai, rarissimo (si tratta di un'area di notevole ampiezza con una presenza di campi chiusi "bocages") ove periodicamente torno per godere della bellezza di un paesaggio creato dai benedettini 1000 anni or sono.
Oggi ho avuto la netta percezione che non solo l'area posta a Nord-Ovest è ormai stata catturata dal vitato, ma ormai quasi tutta l'area Nord è stata ridotta a coltivazione maidicola annullando in  maniera radicale siepi, prati, alberature e inaridendo un terreno prima percorso dai canaletti che  cingono parte dei campi chiusi.
La mia percezione è stata avvalorata da un incontro avuto con l'ex sindaco di Moriago Pergentino Breda, che condivide la mia costernazione per la continua estensione di aree sottratte al "bocage" causa la recente estensione  di piantagioni di viti in aggiunta alle vaste aree ormai passate alla coltivazione a mais.
Lo stesso Pergentino Breda spera sia possibile far sapere quanto più possibile all'esterno la gravità della situazione, sperando che qualcuno avvii una campagna di stampa e sensibilizzazione tesa almeno ad arrestare il processo di alterazione in corso.
A mio avviso sarebbe opportuno, in prima istanza, inviare una lettera alla nuova amministrazione di Moriago della Battaglia e a quella di Sernaglia segnalando che esistono singoli, Associazioni, Fondazioni e quant'altro attenti alla sorte di un territorio così prezioso e preoccupati per la sua continua trasformazione.
Ricordo che i Palù sono stati anche segnalati al concorso "Luoghi di Valore" della Fondazione Benetton Studi Ricerche.
Spero nella vostra attenzione a questa mia segnalazione, invio i miei più cordiali saluti.
 
Paolo Favaro

Cari amici, non sarebbero necessarie altre parole, oltre quelle dell’amico Paolo che allego: vi prego di mandare una petizione al comune di Moriamo per la salvezza dei palù.

Anche nel mio romanzo fa capolino il dispregio per tanta grettezza che si riversa sul territorio, dopo ipocrite manifestazioni di appartenenza. Che ci volete fare, viviamo in un contesto schizofrenico: da un lato si piagnucola e si spaparanza in giro il richiamo forte e orgoglioso alle nostre “raise”, ai nostri valori, ma infine la cultura è quella di un popolo condannato a essere profondamente provinciale e incolto, se questi non si darà un colpo di reni e capirà che tutto, anche le leggi dell’economia, sono così provvisorie e fatue, in mancanza di un progetto di vivibilità per l’Uomo ( non il brutale omuncolo economico). Sembra quasi di assistere ad una nemesi: anche quella del vino è una cultura antica di solidarietà, di amicizia, di coraggio liquido. Se si vuole, in fondo è simbolo di  rispetto, del filo sicuro che lega la storia migliore nel suo trascorrere. Ma questi veneti ne hanno tradito lo spirito. Non hanno rispetto e il vino si vendica, invasivo: anche i vigneti, da pacifico emblematico patto dell’umanità sana e lavoratrice con la madre terra, si tramutano in mostri all’apparenza bonari. Anch’essi spinti all’arrembaggio senza regole, come il mais, collaborano a modo loro al trionfo della filosofia concreta del  capannonismo. Così come la coltivazione del radicchio di Treviso ora si diffonde imbastardita dal desiderio di produrre in quantità enormi  tra Padova e Belluno, e il prosecco allarga i confini da Vicenza alla Slovenia in un’ingorda bulimica rincorsa all’affare, la povera terra, preda di certi nuovi barbari, attende con rabbia compressa il momento della vendetta.

Fate girare il messaggio di Paolo. Grazie

Roberto Masiero

 
Di nadia (del 02/10/2009 @ 11:40:06, in PALU', linkato 385 volte)
Paolo ha 20 anni: la metà dei miei. Abita a San Fior, vicino a me. Ha scoperto i palù da solo, già sventrati dall'A28, attraverso ricordi d'infanzia. Mi ha scritto una mail, raccontandomi questa scoperta, lo schock emotivo e culturale, ringraziando gli ambientalisti per aver almeno provato, con tutte le loro forze, a salvare i palù.
Se un giovanissimo ha scritto e pensato questo, allora nulla è perduto, nulla è stato inutile.
Grazie Paolo.
Leggete la sua mail!!!!




Castello Roganzuolo, 15 luglio 200

Finalmente mi è arrivato un libro che ordinai 15 giorni fa, dal bel sottotitolo Inquietanti paesaggi fra natura e cultura: ne ho appena letto l'introduzione. Da qualche tempo volevo notizie sui palù, specie di San Fior, su che cosa sono veramente, su cosa di ciò che da bambino vedevo calpestavo toccavo quasi tutti i giorni, fosse palù e cosa no.
LA PREGO di leggere questa mia testimonianza, con pazienza, anche se mi dilungherò un poco, specie per contestualizzare il tutto. Mi presento: sono uno studente di lettere (a Venezia), ho 20 anni e vivo, appunto, nel comune di San Fior, vicino ai colli, relativamente lontano dall'area propriamente detta dei palù. Eppure negli anni '90 ebbi un contatto quasi giornaliero con i palù, in quanto i miei nonni acquistarono una vecchia casa rurale fatiscente in via Palù a San Fior di Sotto, luogo di campagna dove mi recavo almeno 4-5 pomeriggi a settimana. Poi, dopo pochi anni la casa andò venduta (perché era "insopportabilmente" e "inspiegabilmente" vincolata ai beni culturali!).
Ebbene, da quel momento, i miei rapporti coi palù cessarono per anni. Nel 2008, anno in cui ho iniziato consapevolmente a PAESAGGIRE specie nell'arco collinare di Castello Roganzuolo, Colle Umberto, fotografando, ascoltando ecc mi sono accorto che c'era qualche cosa di inquieto, che mi era comunicato: una minaccia incombente su un'albero, un muro, una pietra, che dopo vent'anni che vedevo, iniziavo a guardare: e in queste piccole cose ritrovavo le passate stagioni, di me e di umanità scomparse, che in esse avevano testimoniato un passaggio fondamentale.

L'anno scorso, ad agosto, capitai nella campagna di San Vendemiano, percorrevo una strada che da tempo non frequentavo, quando vidi... I PILASTRI DEL CANTIERE AUTOSTRADALE! "Finalmente" ce l'avevano fatta!... Rimasi scioccato dalla presenza di quelle masse di cemento, in mezzo alle siepi, tra vecchi edifici (che avevano il destino di scomparire sotto l'asfalto entro pochi mesi). Perché, già negli anni '90 avevo sentito parlare di quella autostrada che "no i la finisse mai! Tuta colpa dei Verdi, chei maedetti!"... e queste sono esclamazioni da me edulcorate, ma che si sentivano, tra gli amanti di un grasso progresso (solo finanziario, poi). Invece i Verdi maedetti, maniera comune di definire il WWF e gli attivisti per la tutela dell'ambiente ("tuti parolon fati pa' imbriagarte su") hanno di fatto "perso".
Il giorno stesso che ho scoperto il misfatto, ero con un amico che vive a San Fior solo da circa 10 anni, e l'ho fatto fermare, proprio dentro il cantiere dell'autostrada, in un pomeriggio domenicale in cui le scavatrici riposavano. Munito - come sempre - di fotocamera, ho fatto alcune foto e, a testimoniare lo shock, ho inventato un breve video, venutomi spontaneo al momento, e al quale ha collaborato il compagno di viaggio.

L'ho caricato su youtube, dove i video sensati hanno molto poca fortuna:

la prego di guardarlo all'indirizzo seguente: http://www.youtube.com/watch?v=R46rfEI9xlA

Dopo alcuni sopralluoghi in questo punto nei mesi successivi, un giorno di marzo (2009) mi è balzato agli occhi il nome di palù, grazie a Sovrimpressioni di Andrea Zanzotto. Ecco che mi si è riaperto un mondo! Mi sono ricordato dei pomeriggi a San Fior di Sotto, del fatto che il tracciato dell'autostrada, com'era segnato negli anni '90, doveva passare a pochi metri dal campo dove giocavo, dove coglievo le "tegoline", i "fasoi", i "radicet" e le "radicee" con la nonna. Partii da casa a piedi e mi recai nel luogo. Per via Palù enormi camion mi sfrecciavano accanto, irrispettosi del pedone senza dignità. Arrivo. casa non c'era più. Ne era in costruzione una nuova, "fedele ricostruzione"? Mah!... Da lì già vedevo il cavalcavia, e altri camion indaffarati a snodarsi nel cantiere. Vi passai sotto, un po' intimidito e demoralizzato.
Fotografai.
Proseguii.
Via San Macario dei Palù, un nome misterioso, ma amichevole: la imbocco, anche perché riporta su, verso Zoppé. Qui lo spettacolo paesaggistico è indescrivibile, e il quasi silenzio. Ma l'illusione durò poco, dietro una siepe, oltre un acquitrino: due cavalcavia mozzi, cadaverici nell'atto stesso di nascere. E due betoniere una contro l'altra, in quello che ho immediatamente descritto come un rapporto sessuale che dà frutti inversi, cioé che non dà frutti. Anche qui ho fatto due brevissimi filmati, ai quali la rimando:

 http://www.youtube.com/watch?v=RGC6zalc_8w

http://www.youtube.com/watch?v=e1qF-X58gd4

Da quel momento non ho più avuto contatti coi palù di San Fior di Sotto. Ma solo Dio - o San Macario dei Palù - può sapere quanto li ho pensati. E finalmente ho scoperto una bella pubblicazione, che mi farà compagnia quest'estate, aiutandomi a stargli più vicino. Grazie per l'interessamento, ma SOPRATTUTTO per tutto quello che lei e altri avete fatto e state facendo per questi tesori di cui nessuno pare accorgersi più, forse per la DIFFICOLTA', cosa intollerabile nell'era dei Quattro Salti in padella!

Paolo Steffan

P.S. Se i link dei video non dovessero funzionare, basta che faccia una ricerca su youtube per "palù san fior" e li troverà tutti e tre. Non sono capolavori, ma do loro almeno il grado di testimonianze.
 
Di nadia (del 07/03/2007 @ 10:10:37, in PALU', linkato 138 volte)

I PALU’ DISCRETI
Su cosa siano i palù molto è stato detto, in libri, convegni, battaglie di difesa, feste dei/nei palù. E’ interessante notare che le connotazioni che possono definirli sono molteplici,e che una singola definizione di cosa siano i palù non è sufficiente.

Essi sono la storia non-agraria del nostro territorio, uno scrigno di acqua e di varie umidità (nebbie, risorgive, fossi) nel Veneto che si va inaridendo, una costruzione finalmente non di mattoni e di edifici; sono lo stupendo sfondo paesaggistico della pala su cui il Cima da Conegliano dipinse il San Giovanni nel ‘500; sono il residuo del primordiale lago (mitico e reale) che ricopriva la pianura; sono una evoluzione delle economie palustri


 

pensate


sempre negativamente. Palù sono anche un paesaggio pieno di narrazioni, di miti e di metafore, di linguaggi, di simboli. Perfino la psicanalisi risulta necessaria per definirli e comprenderli, poiché i palù sono connessi con il nostro inconscio (il vuoto, l’estraneo, il diverso, il profondo dentro e fuori di noi). Gilles Clément i palù li assolderebbe senz’altro tra le forme del “terzo paesaggio”: luoghi apparsi “per sottrazione dal territorio antropizzato”, situati ai margini, là dove le macchine non passano, “uno spazio che non esprime né il potere né la sottomissione al potere”, un “luogo dell’invenzione possibile”. Chissà se Gilles Clément li ha mai visti, i palù, nel triveneto. Ci sono palù in tutto il triveneto (e sarebbe urgente e necessario un censimento) e uno sguardo costruito nella logica fuzzy saprebbe vedere sia i bellissimi palù del Quartier del Piave sia i piccoli sperduti residui di praterie tra le alture del Trentino, sia i poco conosciuti palù di San Fior e quelli di Godega, per arrivare infine, alla periferia, ai palù di San Vendemiano, incantevoli in alcuni scorci, diventati zona industriale in altre parti, in attesa di essere devastati dall’A28 in altre zone ancora. Poiché i palù di San Vendemiano, come pochi sanno, sono in realtà molto estesi. Molto resterà anche dopo la costruzione dell’autostrada. Spesso nel triveneto praterie, acque e siepi sono scomparse e dei palù rimane solo il nome: via paludetti, via palù, via paludèi… tutte varianti locali della forma di vita definita palù. Nelle cartografie ufficiali sono scomparsi anche i simboli cartografici per prati e acquitrini e così i palù che rimangono non vengono “visti”. Le polle di risorgiva non sono state quasi mai censite dalle amministrazioni comunali. Ma è anche lì (nelle zone industriali, nelle tabelle stradali) che un censimento dei palù dovrebbe guardare, poiché il nostro paesaggio altro non è, dice Pierre Lascoumes, che “natura politicamente lavorata”. Bisogna saperli cercare, i palù, poiché essi scontano il fatto di essere paesaggi poco imponenti, non emergenti, quanto piuttosto passivi, lenti, quotidiani, vicini e quindi consueti. Quasi non ci accorgiamo di loro, beni passivi “sepolti nei campi”, in quella campagna saccheggiata e devastata che è il nostro triveneto. Abbiamo estremo bisogno di re-imparare a guardare il nostro territorio, poiché, come dice Merleau-Ponty, se è vero che il mondo è ciò che vediamo, è anche vero che dobbiamo imparare a vederlo. E tornare a vedere ci insegnerebbe un metodo che, se espanso, porterebbe a una rivoluzione culturale nella gestione del territorio. Le caratteristiche culturali dei palù, infatti, sono proprie anche di molti altri pezzi del nostro ambiente, là dove non ci sono “specie faro” e “flora notevole”, non ci sono eccellenze e bellezze di spicco. Là dove non ci sono patrimoni patrimonializzati e certificati. Ma noi vogliamo guardare anche all’albero fuori della porta di casa, all’albero che si vede dalla finestra del luogo di lavoro, al giardino delle scuole primarie e al prato delle scuole medie dove i giovani sostano e stanno nel mondo. Spesso, invece, li lasciamo stare in un mondo di cemento puro, poiché gli si sottrae perfino il prato del cortile, si pongono le loro scuole vicine ai terrapieni delle autostrade o sotto i tralicci degli elettrodotti, si costruiscono i nidi d’infanzia e le scuole materne tra svincoli stradali e strade statali…. Noi invece vogliamo vedere gli alberi dei marciapiedi lungo la strada, i viali frondosi che proteggono le strade infuocate d’estate. E ri-vedere i pesci nelle acque (quasi ovunque scomparsi…). E che dire dei greti dei fiumi? E delle sponde dei fossi? E delle foglie secche da calpestare? E degli orti famigliari e di quelli urbani? Che dire perfino dei campi di frumento e orzo, quasi estinti? E dei prati tra i condomini….? E delle discariche recuperate e fiorite? E’ anche questo il paesaggio che vogliamo-dobbiamo imparare a vedere, a considerare bene comune, a proteggere. Non ci servono solo SIC, ZPT, Oasi e Parchi. Ci serve tutto “il vivente” intorno a noi, bello o brutto, piccolo o grande, vicino e quotidiano. Il vivente è nella vita quotidiana, è movimento e sorpresa, è l’incertezza e l’irruzione degli esseri viventi. Bene lo sanno cosa sia la vita i contadini dei palù, loro che hanno sempre considerato questo paesaggio come un essere “vivente”, femminile in particolare, una femmina da avvicinare con cautela, da aspettare, a cui ritornare più e più volte, in un rapporto amoroso ed erotico, come i contadini dicevano, “andando dentro e tornando fuori” dalla terra-femmina, secondo la metafora euroasiatica della “terra umida madre”, terra che dopo l’amplesso porta frutto. Così i contadini (facevano e) dicevano, in dialetto (ndar dentro e tornàr fòra), così ci hanno consegnato i palù e tutto il terzo paesaggio che è in Veneto. Ma ora il mantenimento della sua esistenza non dipenderà più né dai contadini né da esperti, Leggi e Pianificazioni, ma da una coscienza collettiva che avrà imparato a vedere, a volere e a fare attenzione. E’ per proteggere questa vitalità che ci serve la nostra “attenzione”, quell’attenzione, scriveva Cristina Campo, che è “la responsabilità, la capacità di rispondere per qualcosa o qualcuno, che nutre in misura uguale la poesia, l’intesa fra gli uomini, l’opposizione al male”. Attenzione è anche quello che dice Gille Clements: “avvicinarsi alla diversità con stupore”, “non aspettare: osservare ogni giorno”, è “proteggere i siti toccati da credenze come un territorio indispensabile per l’errare umano”, è imparare a “nominare” gli esseri viventi. Per far vivere il terzo paesaggio bisogna imparare a fare un passo indietro e a non volere che i protagonisti siano sempre gli uomini e le società. Eccesso di culture e di costruzioni. Far un passo indietro significa lasciar spazio al vivente. Sembra che Clément parli ai tarantolati del fare del nordest quando ci sbaraglia dicendo che bisogna “istruire lo spirito del non fare così come si istruisce lo spirito del fare”, che bisogna “elevare l’indecisione fino a conferirle dignità politica”. Attenzione e ascolto è anche il metodo principale dell’etnografia, disciplina della “perduzione”, come l’ha definita l’antropologo Leonardo Piasere: è risonanza empatica (primo strumento dell’etnografo), è “sentire dentro”, è impregnazione (secondo l’immagine primordiale della donna incinta, “pregna” appunto), è un tipo di procedere che lascia spazio all’incertezza e alle domande (e Clément parla di spazi che pongono domande), che si concentra negli angoli del mondo, che si lascia “macerare” nell’ascolto di sé e degli altri. Un ascolto che è anche un possibile stile di vita per tutti (poiché, come dice L. Piasere, “gli antropologi conoscono come conosce la gente comune, con un aumento di attenzione”), per un diverso ambientalismo, più antropologico (ossia: più antropologia che ambientalismo), vicino ai viventi, che si prenda cura di ciò che ci vive attorno, per non abbandonarlo (fuori dalle zone protette istituzionali) in mano a distratti e potenti di turno.

articolo apparso in CARTA-Veneto, 22 dicembre 2006

* Nadia Breda, ricercatrice di antropologia culturale all’Università di Firenze

** autori e testi citati: G. Clémente, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, 2005; L. Piasere, L’etnografo imperfetto, Laterza, 2002, N. Breda, Palù. Inquieti paesaggi tra natura e cultura, Cierre ed., 2002, C. Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, 1987

 
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05/09/2010 @ 22.27.37
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Breda Nadia. Palù
Cierre edizioni

collana: ETNOGRAFIA VENETA
formato: 14,5 x 21 cm - 264 pp.
ISBN: 888314100
prezzo: 14.50 €



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