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Ecco gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di nadia (del 03/11/2009 @ 09:51:26, in ESTnord, linkato 128 volte)

benvenuto nel mondo dei blog a Michele Zanetti, storico naturalista del Veneto.

Agli amici che leggeranno il suo blog (www.michelezanetti.it ) devo dire che il suo è il blog di un amico e di un maestro: maestro fin da quando (avevo circa 20 anni) ho cercato nelle librerie quel meraviglioso volume "il fosso e le siepi" (che oggi ammirano anche le mie piccole bambine.... quindi un libro generazionale), un libro che ha dato dignità scientifica al paesaggio che mi circondava, umile e maltrattato ma di impareggiabile bellezza, fatto prorio di fossi, siepi, risorgive, prati.
Dopo vent'anni Michele Zanetti è diventato il sostenitore della campagna "Via la A28 dai palù" e ha fornito documenti e studi su questo paesaggio amato e minacciato dall'autostrada. Studi che sono oggi nelle sedi dei Ministeri, nelle pagine dei miei libri, e pesano come storia anche se l'autostrada pesa come un macigno violento.
 
Dopo ancora, a dramma concluso, è diventato amico: belle le nostre serate a parlare pubblicamente di isole: lui, io e un geografo a san donà; a parlare pubblicamente di natura e memorie a Rovigo, in qul chiostro meraviglioso..... a Maserada arrabbiati a parlare di politiche -devastanti- sul territorio. Non dimenticherò la sua conclusione che ha fatto applaudire tutto il pubblico: "perchè faccio tutto questo? perchè io sono INNAMORATO della natura..... lo faccio PER AMORE....., con amore".

Grazie Michele per aver condiviso il tuo amore per la natura con tanta gente, e per questo benvenga il tuo blog.  Ti invito a pubblicare, uno dei prossimi giorni, il bel racconto che scrivesti anni fa su quel prato in mezzo ai palù o le sangole.... narrando di quello zio che lasciò in eredità un piccolo sperduto pezzo di terra in mezzo ai palù....costringendo l'emigrante a tornare e a fare i conti con la propria terra!
Arrivederci nel nostri blog, Michele Zanetti!
 
Di nadia (del 08/01/2008 @ 14:34:43, in ESTnord, linkato 272 volte)

Nel Natale 2004 un industriale del Nordest pagava un importante quotidiano nazionale per prendere la parola e appellarsi a tutti gli italiani. Ci scagliava in faccia il problema della devastata bellezza del nostro ambiente, facendoci percorrere con lui una giornata nel Nordest con un industriale cinese a fianco.
Ci mostrava strade, autostrade e viali senza alberature ai lati, alberi potati "ad attaccapanni", piazze senza acqua e senza alberi, case brutte, quando un tempo i nostri padri volevano le loro fabbriche persino più belle delle loro case.

Invece la bellezza è essenziale, e si impara dalla natura. Insegnare l'estetica, il bello, significa allora insegnare cultura ambientale. Ed è indispensabile ricostruire il bello della natura e dell'uomo, perchè il suo contrario sono purtroppo armi e guerre, il lato più brutto dell'uomo.

Ringrazio Gabriele Centazzo per avermi concesso di riprodurre questo suo testo, che ho voluto nel mio blog per dirgli che non abbiamo dimenticato le sue parole.


Per rilanciare l’economia italiana costruiamo il mito della bellezza

Sono un industriale friulano, socio e amministratore delegato di un’azienda con 130 dipendenti e oltre 100 nell’indotto: la Valcucine Spa. La piccola industria in Italia è sempre stata trascurata, nonostante costituisca la reale ossatura della nostra economia. E’ per questo che abbiamo deciso di acquistare questa pagina, per esprimere i nostri bisogni e la nostra visione filosofica , nella speranza che la forza mediatica di questo quotidiano possa far nascere un dibattito e un’attenzione reale per le piccole e medie aziende.

Voglio innanzitutto specificare che il nostro pensiero rappresenta la libera visione della nostra azienda che non è collegata ad alcun partito politico, corrente o lobby o associazione. Mi dispiacerà se qualcuno, poco eticamente, si approprierà per convenienza del contenuto di questo testo. Invito tutti, piuttosto, a lavorare per risolvere i problemi perché l’interesse è comune e riguarda tutti gli italiani.

In questi giorni si è parlato molto della Cina, perché riesce ad esportare in Italia prodotti, semilavorati ed elementi di subfornitura a prezzi talmente concorrenziali, che molte aziende italiane ed europee dei settori più diversi sono costrette a chiudere i battenti. I politici predicano la loro ricetta: “l’industria deve fare ricerca e innovazione”. La nostra azienda fa ricerca e innovazione, è titolare di oltre trenta brevetti, esporta in trentotto Paesi in tutto il mondo (Cina compresa). Da poco abbiamo scoperto che i cinesi hanno copiato alcuni dei nostri prodotti e li commercializzano con un catalogo in cui hanno riprodotto le nostre foto scansionandole dal nostro catalogo. Hanno risparmiato anche il costo delle foto! Ora chi farà valere i nostri brevetti, la nostra ricerca? E’ impossibile, per noi, far valere i nostri diritti. Solo il Governo ha il peso giusto e potrebbe trovare una soluzione per salvaguardare l’industria italiana, se i politici non fossero troppo distratti dai loro piccoli litigi personali. Non basta. I cinesi sono talmente spavaldi che hanno deciso di aprire un grande magazzino proprio all’interno del nostro distretto del mobile per commercializzare prodotti, alcuni dei quali copiati dai nostri attuali fornitori italiani, proposti in cataloghi che contengono, ancora una volta, immagini scansionate dai fotografici italiani. Le industrie italiane di subfornitura saranno costrette a chiudere una dopo l’altra. Possibile che nessuno faccia niente? Chi ha rilasciato i permessi per l’apertura di questo magazzino? Chi controlla che non vengano commercializzati prodotti copiati proprio a noi italiani?

Poi ci sono gli italiani cinesi che copiano prodotti brevettati senza remore, perché sanno che in Italia la tutela dei brevetti si infrange nell’efficacia del sistema giudiziario.


In questo panorama ricerca e innovazione sono importanti, ma non possono rappresentare l’unico vantaggio competitivo. Anche la Cina, per rimanere in tema, sta attrezzando cento università per la ricerca. C’è un altro elemento competitivo che è sempre stato il punto di forza dell’Italia e che attualmente stiamo rischiando di perdere: è il mito della bellezza. E’ questo il punto cruciale. Sono cosciente che la bellezza può essere realizzata da un singolo individuo o da un’azienda, ma il mito della bellezza si raggiunge tutti insieme, costruendo un tessuto comune che identifichi il made in Italy con il bello. Solo così il prodotto italiano nella sua globalità potrà essere identificato con il senso della bellezza. Con lo stesso sistema in Germania hanno acquisito il mito della qualità: lavorando tutti insieme per la qualità. Noi italiani siamo ricchi di creatività, paesaggi, arte, storia, che ci aiutano a costruire questo mito, ma la realtà contemporanea non sta procedendo in questa direzione e vorrei dimostrarlo raccontando un angolo d’Italia con gli occhi di uno straniero.


La nostra azienda riceve clienti da tutto il mondo. Li ospitiamo nella nostra sede, dove abbiamo cercato di permeare tutto con la nostra filosofia; il cliente viene immerso in un mondo che viene percepito come ricerca di bellezza. Tutto quello che c’è intorno a noi contraddice spesso questa tensione.

Generalmente i nostri ospiti arrivano all’aeroporto di Venezia. Finalmente abbiamo un aeroporto adeguato, fino a poco tempo fa sembrava una struttura da terzo mondo. Saliamo in automobile e passiamo attraverso un groviglio di condomini (Mestre), percorriamo un’autostrada senza alberature (una via di comunicazione che corre tra filari alberati costituisce un elemento paesaggistico indubbiamente più positivo). Un inciso: com’è possibile che consentiamo di coltivare a ridosso delle autostrade raccogliendo così alimenti avvelenati dai gas e dalle polveri sottili, residui della combustione? Propongo una norma che costringa a coltivare alberi attorno alle grandi vie di comunicazione, per una profondità di 100 metri. Il legno potrebbe essere venduto, poi, a noi mobilieri che siamo costretti ad importarlo dall’estero. Bellezza ed economia insieme.


Usciamo dall’autostrada e imbocchiamo una statale recentemente ristrutturata, con pista ciclabile. La strada è separata dalla pista da un doppio cordolo che racchiude trenta centimetri di terra, insufficienti per porre a dimora un solo filare di alberi, ma non se ne accorge nessuno. Lo spazio disponibile per un progetto adeguato c’era tutto. Imbocchiamo il nuovo vialone che porta alla zona industriale: stesso errore con l’aggiunta di larghi marciapiedi infestati da erbacce che trasmettono un senso di degrado e che nessuno utilizza.

Con la nostra associazione Bioforest, abbiamo piantato un filare di piccoli carpini con la speranza che quando cresceranno riescano a rompere i cordoli, anziché morire.

Visita in azienda: tutto bene.

All’ora di pranzo vorremmo portare il cliente in un ristorante adeguato. I nostri compratori sono affascinati dal design, per questo siamo alla ricerca di un bel ristorante moderno. Non ce ne sono, nemmeno uscendo dal nostro comune, capoluogo di provincia. L’interno dei nostri locali sono il trionfo del Kitsch, degli sbalzi in cartongesso farcito di faretti alogeni, delle superfici lucide a stucco, finiture realizzate per esprimere il senso del lusso. Non parliamo poi della qualità della fonoassorbenza: nessuno ci ha pensato e spesso dobbiamo parlarci con il megafono.

Lungo la strada che ci porta al ristorante osserviamo le case costruite senza gusto, senza alcun riferimento ad un’architettura locale, all’integrazione con l’ambiente naturale.

Imbocchiamo finalmente una strada alberata, una statale, ma ci accorgiamo subito che molte piante sono morte e non sono state sostituite, e quelle rimaste sembrano giganti con le braccia mozzate, potate come attaccapanni frutto dell’ignoranza più dissennata e di un disprezzo totale per la natura. Il mio cliente mi chiede perché abbiamo ridotto gli alberi in quelle condizioni; egli è un ambientalista e ha scelto la nostra azienda perché sa che facciamo ricerca per diminuire l’impatto ambientale nella produzione dei nostri mobili. Mi vergogno e non so cosa rispondere. Penso che una civiltà, quando arriva a tanto scempio, senza che nessuno protesti o addirittura se ne accorga, significa che è incamminata a grandi falcate sul piano inclinato della decadenza.

Continuando il viaggio osserviamo i colori delle case: stanno diventando sempre più aggressivi, perché l’apparire sta soppiantando l’essere. Tra queste tinte cromatiche domina un giallo quasi fosforescente che obbliga chi vi abita a indossare gli occhiali da sole prima di uscire in giardino.

Ma dove sono i sindaci? Non hanno occhi per vedere? Percepisco che il mio cliente fa una smorfia di disprezzo. Poi sfilano i recinti e i cancelli, una competizione del cattivo gusto. Come facciamo a mantenere una cultura del bello quando costruisce solo chi sa sfruttare al massimo gli indici urbanistici, chi fa tutto in tempi ridotti, senza curare i particolari, senza rispettare ambiente e paesaggio?

Rientrando in azienda osserviamo la nuova zona industriale: un ammasso di parallelepipedi di cemento con piazzali asfaltati che coprono tutte le superfici libere, uno sfregio alla cultura industriale dei nostri padri che con passione e orgoglio volevano le loro fabbriche quasi più belle delle loro case. Come può uscire da questi nuovi stabilimenti il mito della bellezza, come fa un industriale che vive dieci ore al giorno in queste aziende a coltivare la cultura della bellezza?


Dopo un altro lavoro in azienda dove facciamo scuola al nostro cliente per spiegargli i surplus di prodotto, la filosofia aziendale, le potenzialità progettuali, lo accompagniamo in un albergo della nostra città: altro dramma, nessun edificio di grande qualità estetica, il gusto è pomposo e pesante, forse influenzato dagli americani della vicina base militare. Dopocena in piazza che, dopo anni di ristrutturazione, è nuova fiammante. Una superficie di pietra rigorosamente non locale nella quale si sono dimenticati l'acqua, ma anche, ancora più grave, della progettazione del verde. Hanno rimediato posizionando dei cassoni con dentro gli alberi, che sembrano “giganti in scarpe di Cenerentola”. E quali alberi hanno scelto? I Liquidambar, specie estranea alla nostra cultura, scelti perchè diversi, con foglie a forma di stella che diventano viola in autunno. Sembrano cristalli finti in una distesa di pietra indistinta e avulsa da ogni riferimento con la storia urbanistica del sito.


Il cliente parte con qualche dubbio sul mito della bellezza italiana. Perchè succede questo? Perchè la scuola, che è la base della cultura, non ha i programmi e la capacità di trasmettere la cultura del bello. Le università di architettura e design, che dovrebbero formare i creatori della bellezza, sfornano in quantità architetti e designer con una preparazione assolutamente inadeguata, tanto che architetti e designer stranieri spopolano e portano una cultura internazionale standardizzata che va in un'altra direzione rispetto all'identità e al gusto della bellezza italiana.

C'è poi una mania esterofila e un metodo di divinazione mediatica di certi nomi, tanto che ogni loro opera diventa grande. Spesso, invece, sono opere avulse alla nostra cultura, mostri calati nelle nostre città. Qualcuno pensa che per essere più competitivi bisogna insegnare già nelle scuola elementari inglese e informatica. Indubbiamente è utile, non per essere più competitivi, ma per metterci in linea con gli altri. Se la nostra linea guida è creare il mito della bellezza bisogna insegnare già in prima elementare estetica e cultura ambientale (perchè è dalla natura che impariamo la bellezza). Solo così riusciremo a costruire una ragnatela che copra tutti i settori. L'operaio, l'impiegato, l'imprenditore, il politico, devono acquisire dalla scuola di base alcuni canoni che gli impediscano di vivere in un ambiente esteticamente brutto o degradato senza sentirsi a disagio. Dobbiamo rilanciare le scuole di architettura e di design con l'inserimento di una maggiore cultura ambientale perchè, indipendentemente da tutti gli sforzi, in ogni caso la maggior parte degli operai che lavorano in aziende su commessa conto terzi, quindi senza nessuna personalizzazione del prodotto, perderanno il posto a favore di zone dove la manodopera costa meno e dovranno spostarsi nel terziario, turismo in testa.

Una ragione in più per includere nel mito della bellezza la cultura del paesaggio, che oggi distruggiamo senza renderci conto che questo sarà il più grande capitale che potremo lasciare in dote ai nostri figli.

Tutto questo dovrà portare cultura del bello dentro le nostre aziende. E' fondamentale che la cultura sia interna, all'esterno si può acquistare un servizio, per esempio da un designer libero professionista, con la consapevolezza che potrà disegnare per chiunque, anche per i cinesi e quindi non sarà l'elemento che farà la differenza.

La cultura del mito della bellezza resta l'unico elemento caratterizzante.


E' proprio questa mancanza, secondo il mio parere, uno degli elementi della crisi di alcune grandi aziende: non aver coltivato al proprio interno una sapienza estetica. Così hanno consentito la vendita di prodotti brutti, disegnati da designer che non conoscevano la storia del marchio. Ci sono esempi eclatanti nell'industria automobilistica. Alcuni modelli contenevano già nel nome un archetipo di forma, che è stato completamente ignorato nella nuova versione.

Vorrei, infine, rivolgere un invito al Presidente della Repubblica, perchè si faccia promotore di una raccolta dei bisogni delle piccole aziende, andando di persona a constatare lo stato e gli umori di imprenditori e lavoratori, e perchè diventi nostro alleato per stimolare il governo a fare qualcosa di concreto per la piccola industria. Abbiamo visto con piacere che ultimamente si è mosso a favore dell'industria italiana. Speriamo che possa diventare il rappresentante dell'esportazione del mito della bellezza.


Non vorremmo che, perdendo il primato della bellezza, in futuro venissimo identificati come nazione esportatrice di armi, che rappresentano l'esatto contrario della bellezza.

Le guerre, che le armi contribuiscono ad alimentare, sono distruzione del paesaggio e dell'arte, dell'uomo e di tutto ciò che è bello.


Nella speranza che questa pagina susciti un dibattito e che avvii cambiamenti sostanziali nella scuola, che migliori la cultura estetica delle amministrazioni comunali, che crei come obiettivo per tutti gli italiani il mito della bellezza, auguro a tutti Buon Natale.

Gabriele Centazzo

Amministratore delegato

Valcucine Spa

gabriele.centazzo@valcucine.it


P.S Forse la cultura della bellezza paga, dato che quest'anno, un anno di crisi internazionale, Valcucine aumenta le esportazioni del 20% rispetto all'anno scorso.


 
Di nadia (del 13/12/2007 @ 15:53:15, in estnord, linkato 308 volte)
RISCHIOPAESAGGI
La Toscana incontra il Veneto. Nuova forza alle strategie di tutela
CASTELLO DI S.SALVATORE. SUSEGANA 14 DICEMBRE 2007 ore 9.30-13
L’incontro nasce dal desiderio di creare un evento dall’elevato valore simbolico, in cui le forze sparse di chi si impegna per il bene comune possano unirsi e programmare azioni collettive più efficaci e incisive per fronteggiare l’emergenza territorio e paesaggio che giorno dopo giorno sta erodendo e dissipando il patrimonio ambientale del nostro Paese.
Il coordinamento dei Comitati Toscani è già una realtà di assoluto rilievo, in grado di suscitare adeguati e tempestivi interventi e in seguito di configurarsi come interlocutore costruttivo nel dialogo con le istituzioni. In Veneto l’elevato numero di Comitati emergenziali non ha ancora dato vita a una simile iniziativa comune, affidandosi invece ad azioni isolate, troppo spesso inascoltate e trascurate dai responsabili istituzionali. Lo scorso aprile ha avuto luogo un primo incontro che ha posto le basi per avviare un successivo coordinamento di iniziative, indicato come paesaggivenetiSOS e tale impegno ha potuto fregiarsi della tutela morale espressa in quell’occasione da Mario Rigoni Stern, da Andrea Zanzotto e dal compianto Luigi Meneghello. Da allora però, è mancata la forza per dar seguito a un efficace coordinamento in grado di stimolare una più attenta riflessione sulle questioni urbanistiche e sulla qualità ambientale. Non sono certo mancate singole e importanti iniziative per una analisi e conoscenza delle criticità territoriali (ad es. Festambiente a Vicenza, vari incontri organizzati dalle sezioni di Italia Nostra e Legambiente).
Quello di cui però si sente più bisogno è il dialogo con le istituzioni, cercando di dare un senso concreto al termine urbanistica partecipata, ponendo in evidenza che il patrimonio ambientale è un bene comune e che la Convenzione Europea del Paesaggio ha come base filosofica la stretta relazione tra qualità dei luoghi e soddisfazione esistenziale e residenziale.
L’incontro tra Toscana e Veneto mette di fronte due regioni in opposizione rispetto agli schieramenti politici, ma accomunate non solo dalla prestigiosa qualità ambientale e storico-artistica dei paesaggi, ma anche da una preoccupante erosione qualitativa del suddetto patrimonio. La presenza di Andrea Zanzotto all’incontro di Susegana conferisce indubbia importanza all’evento, ma anche l’appoggio di Alberto Asor Rosa e Nino Crescenti dei Comitati Toscani, di Luca Mercalli, di Pieralvise Serego Alighieri, di Gianfranco Bettin, dei docenti universitari Nadia Breda, Giorgio Conti, Mauro Varotto, Francesco Vallerani. Una particolare riconoscenza va attribuita a Ludovico Giustiniani che ha messo a disposizione gli spazi prestigiosi del castello. Non meno importante, ma deve anzi ritenersi di assoluto rilievo, sarà la presenza dei rappresentanti di alcuni tra i comitati di cittadini che stanno sacrificando il proprio tempo libero, i rapporti familiari, le proprie risorse (e non solo morali) per gli elevati obiettivi di tutela del senso dei luoghi, della qualità ambientale. L’incontro dovrà mettere in evidenza la necessità di elaborare una strategia comune, cercando di trarre utili suggerimenti da quanto già elaborato dai comitati toscani con particolare riguardo all’inventariazione delle criticità e dei rischi.
Sarà anche un momento di riflessione comune per organizzare un convegno nella prossima primavera in cui i comitati e le associazioni possano dialogare con le istituzioni per una convinta, efficace e duratura presa di posizione a favore del paesaggio italiano.
Programma
Inizio 9.30
Saluti Ludovico Giustiniani
Introduzione e moderatore Francesco Jori
Relazioni
Mauro Varotto Geografie negate: comitati e salvaguardia del territorio
Giorgio Conti La montagna veneta: degradi di rilievo
Gianfranco Bettin Dalla cultura ambientale alle scelte politiche
Michele Zanetti Il Veneto Orientale: paesaggi a rischio tra risorgive e litorale

In nome del paesaggio Andrea Zanzotto

Voci Toscane Nino Criscenti Alberto Asor Rosa
Voci Lombarde Lucia Tamai lettura del messaggio inviato dal coordinamento dei comitati lombard.i
Voci Venete
Pieralvise Serego Alighieri Dalla Valpolicella
François Bruzzo I comitati dei colli berici e del basso vicentino
Nadia Breda Profughi ambientali a Nord est
Andrea Zanoni Paese: cave discariche e serre industriali.
Vittorio Bornia Altre cave per 25 kmq nelle Sinistra Piave sul Piave ?
Lucia Tamai Difendiamo il paesaggio e l’aria che respiriamo dalle opere inutili.
Durante la discussione si darà ascolto ad eventuali interventi dei rappresentanti di altri comitati.
 
Di nadia (del 21/09/2007 @ 17:49:00, in ESTnord, linkato 218 volte)
Il Comitato Parco Cansiglio organizza un FORUM SUL TEMA:
IL MANIFESTO DEL TERZO PAESAGGIO DI GILLES CLEMENT
VENERDI’ 21 SETTEMBRE ORE 21 Presso Centro Sociale di FREGONA (TV)
Introduce Nadia Breda ( antropologa Università di Firenze )
Relazione con immagini a cura di Fabrizio Longo e Massimo Cason

Manifesto del Terzo paesaggio è il primo libro tradotto in italiano di uno tra i più noti paesaggisti europei. Con l’espressione “Terzo paesaggio”, Gilles Clément indica tutti i “luoghi abbandonati dall’uomo”: i parchi e le riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta, ma anche spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili: le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie; le erbacce al centro di un’aiuola spartitraffico… Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività umana, ma che presi nel loro insieme sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica. Questo piccolo libro ne mostra i meccanismi evolutivi, le connessioni reciproche, l’importanza per il futuro del pianeta. È un’opera di grande densità teorica, che apre un campo di riflessione anche ad implicazioni politiche. “Terzo paesaggio” rinvia a “Terzo stato”, al pamphlet di Seyès del : “Cos’è il Terzo stato? – Tutto. Cosa ha fatto finora? – Niente. Cosa aspira a diventare? – Qualcosa”. Gilles Clément (1943), paesaggista, ingegnere agronomo, botanico, entomologo, scrittore, ha influenzato con le proprie teorie e con le proprie realizzazioni (tra queste il parco André Citroën, a Parigi) un’intera generazione di paesaggisti europei. Ha pubblicato tra l’altro Le jardin en mouvement (1994), Le jardin planétaire (catalogo della mostra alla Villette di Parigi, 1999), La sagesse du jardinier (2004), e due romanzi, Thomas et le Voyageur (1997) e La dernière pierre (1999). Articolo Articolo Storico Archivio Stampa
 
Di nadia (del 04/04/2007 @ 11:34:07, in estNORD, linkato 1076 volte)
Con la potente figura retorica nota a tutti come nordest ci si riferisce ad un modello economico-territoriale la cui area simbolo è il veneto centrale, approssimativamente delineato dal poli urbani di Venezia, TV, Vicenza e Padova, territorio definito anche città diffusa, città postmoderna, centro senza centro, equiparata al modello planetario della città non città di Los Angeles cui il caso veneto è stato recentemente paragonato, un modello caratterizzato da un contesto economico e produttivo tra i più prosperi a livello mondiale, ma con elevati costi sociali ed ambientali. Per la sua novità e alterità rispetto ai sistemi urbani tradizionali la città diffusa è stata variamente definita da geografi, urbanisti, sociologi con varie sinonimie: città confusa, città fai da te, città episodica, zapping city, marmellata edilizia, città di nonluoghi Non esiste (e forse non può esistere) una definizione puramente antropologica di città diffusa, e non so se una lettura antropologica di questo territorio nei suoi rapporti con il paesaggio sia prematura o sia già tardiva. Di fatto la letteratura sul nordest è così ricca e copre ormai un arco di quasi 40 anni (a partire dagli anni ’70 in cui si cominciò a parlare di “modello veneto di sviluppo”) e le analisi provengono da così svariate discipline che non è impossibile una lettura complessiva sotto lo sguardo antropologico. Mi interessa qui in particolare proporre una riflessione riguarsante il trattamento di quell’artefatto politico che è il paesaggio del nordest, nelle pratiche e nelle politiche, ricordando anche ciò che diceva Turri Eugenio: il motore del paesaggio è nelle sale consiliari, nei Ministeri, nei piani regolatori. Pierre Lascoumes in écopouvoir ha definito il paesaggio niente altro che una natura politicamente lavorata. Il paesaggio veneto che è stato definito dai geografi un compendio geomorfologico e culturale del mondo, caratterizzato soprattutto da territori anfibi, è dal punto di vista sociale un territorio di criticità e di alta conflittualità, espressa da immagini, metafore , eunomasie di urbanisti, sociologi e scrittori quali quelle di Paesaggi della paura Geografie dell’angoscia geografie perdute paesaggi nei denti delle ruspe paesaggi resi infermi e informi cantierizzazioni perpetue scenari a rischio atopia privatopatia Campagna tarmata Villettopoli Cacofonia cementizia Cannibalismo del territorio Infelicità del successo Ibrida poltiglia suburbana con acque arie e terre infette Queste perifrasi già ci avvicinano ad una lettura antropologica. Articolerò la mia relazione intorno a due narrazioni riguardanti il rapporto della città diffusa con il paesaggio: la familiarità e il disagio, la prima in relazione al paesaggio vegetale, la seconda il relazione ai paesaggi sociali e culturali. La narrazione della familiarità prende spunto dalle intenzioni metodologiche proposte da Achille Mbembe nel sui studi sul postcolonialismo, il quale scrive: E’ (…) superfluo insistere (…) su uno sdoppiamento di istanze oppositive (dédoublement) o ancora, come avviene nelle analisi più tradizionali, su una presunta logica della resistenza, del disimpegno , della disgiunzione. Bisognerebbe invece sottolineare la logica della “convivenza”, le dinamiche dell’intimità e dalla familiarità, inscrivendo il dominante e il dominato entro la medesima episteme (Achille Mbembe, Postcolonialismo, MELTEMI ED. pag. 133) Una breve etnografia dell’albero nel nordest forse può mostrare fin dove può arrivare questa familiarità, questa intimità piena con pratiche, intenzioni, narrazioni, vissuti tra tutti i soggetti agenti nel nordest. L’approccio all’albero come artefatto politico, secondo la metodologia e le riflessioni proposte da Laura Rival nel libro The social life of tree, mi sembra esemplare di quelle dinamiche che intercorrono tra persone e paesaggio in veneto. Laura Rival vedrebbe in Veneto una alberofobia al contrario: una alberofobia come diffusa paura dell’albero, banale disprezzo per l’albero. E’ il disamore per il vivente, per il consueto, per il vicino, per quei beni che non sono urbani, non sono edifici, non sono costruzioni di mattoni, centri storici o monumenti, ma sono “beni sepolti nei campi”, come disse il soprintendente di Roma La Regina, ancora negli anni ’90. Prendo spunto da alcune mie annotazioni dal campo. - 31 dicembre 2006 i miei vicini di casa il hanno lavorato tutto il giorno per abbattere due grandi alberi, due olmi, cresciuti nello spazio del loro giardino, adiacente la loro villetta. I due alberi erano un dono della scuola elementare ai loro figli, nella giornata dell’albero. Fino ad alcuni anni fa testimoniavano la crescita dei figli, il loro parallelismo, come mi raccontavano i miei vicini di casa, ma quest’anno sono stati abbattuti. - Autunno 1997: due vicini di casa hanno sostenuto una causa civile per la presenza di una siepe alberata ad alto fusto posta al confine tra i campi dei due soggetti. Il vincitore ha costretto il vicino di casa ad abbattere la siepe secolare ed ha eretto un muricciolo di cemento al confine della proprietà - 1999: Una associazione locale che si occupa di sicurezza stradale propone di appendere una croce per ogni albero che avesse causato vittime di incidenti stradali; le amministrazioni hanno proposto di abbattere i suddetti alberi causa di incidenti - alcuni dipendenti mi raccontano che i loro datori di lavoro, negozianti con i negozi fronte strada, sversano liquami e oli sulle radici degli alberi fronte strada per farli ammalare e morire. - Fine anni ’80 L’amministrazione comunale di san vendemiano fa abbattere i platani del viale ottocentesco, la strada regia pontebbana, che affiancavano una villa veneta, promettendo la ripiantumazione. La ripiantumazione del viale non è mai avvenuta; nella stessa strada, al posto delle piante estirpate si susseguono cartelloni pubblicitari. - Per far posto alle rotatorie spesso gli alberi che si trovano algi incroci stradali vengono abbattuti, o ricollocati, o circondati da recinzioni. - da alcuni anni è iniziata la tratta di specie arboree da latitudine mediterranee e dal sud italia, denunciata da varie associazioni ambientaliste: l’ulivo nel giardino delle ville del nord, che spesso muore per le gelate invernali, è piantato come simbolo del riscatto e dell’allontanamento dal passato contadino. ”Quelli di Feltre, in montagna quindi, piantano palme ed eucalipti”, scrive il poeta feltrino Giovanni Trimeri, nella poesia “emigrare da fermo”. - Parlando con la gente scopro che l’albero viene tagliato ed abbattuto perché si ha paura che crolli sulle case con i temporali, perché le foglie intasano i tombini, o si ammassano negli angoli, o coprono l’erba, o volano con il vento dell’autunno, o perché le radici sollevandosi rompono il manto asfaltato o le cementificazioni dei giardini - L’albero viene abbattuto perché fa ombra - viene abbattuto perché serve come legna da ardere - viene abbattuto perché bisogna allargare o rettificare le strade - Viene abbattuto perché non si sa chi possa potarlo. Si ripiantano solo alberi di modeste proporzioni. Si sradicano gli alberi, si ricollocano. Si ripiantano al posto degli alberi aiuole di cavoli e pansé - Se non viene abbattuto, dopo essere stato criminalizzato in vari modi, compresa l’accusa di malattia,l’albero viene minimizzato, reso innocuo, limitato, con potature drastiche ed antiestetiche - L’albero sporca - L’albero nasconde le abitazioni e i negozi - L’albero, i giardini e il verde sono lo sfondo costante dei territori delle retoriche immobiliari, “territori retorici”, come scrive Marc Augé, in cui le abitazioni sono sempre immerse nel verde, nei parchi, negli alberi che poi nella realtà non ci sono e che nessuno mai pianta. - La progettazione dell’autostrada Conegliano Pordenone prevede il censimento dei maggiori alberi intersecati dal tracciato e la loro ricollocazione in aree adiacenti, mentre la costruzione dell’intera strada comporti una vera e propria deforestazione del paesaggio dei palù attraversato, con l’abbattimento di circa 30.000 alberature. E’ così che è scomparso in Veneto il paesaggio, sono scomparsi boschi planiziali, fasce boscate, carrarecce, siepi e alberature, parchi e giardini, viali, alberi piccoli e grandi,monumentali e familiari. Hubert Godefroy, direttore del Museo del bocage normanno ha proposto come stima quantitativa i seguenti numeri: gli alberi fuori dalla foresta rappresentano oggi il 10% del patrimonio arboreo francese, contro il 30% del secolo scorso, 500.000 km di siepi sono andati distrutti , pari a 1,6 milioni di ettari, il 65% del bocage in francia è andato distrutto, e mentre la foresta ha guadagnato 4 milioni di ettari , l’albero ha perso 2,9 milioni di ettari. Nel 2004 esce un bellissimo racconto, premio Mazzotti 2005, di un giovane scrittore veneto, Matteo Melchiorre, Requiem per un albero, (ed. Spartaco) in cui si racconta come l’ultimo albero centenario, nel feltrino, stufo di capannoni, cemento e superstrade, esce di scena: un grande olmo, da tutti denominato l’alberòn, si schianta al suolo dopo un temporale, e da qui nasce la narrazione di questo scrittore, uomo pienamente del nordest, che ci descrive la processione di persone che si apre ai piedi del grande albero, una volta schiantato al suolo. Dominato e dominatore, in veneto, come dice Achille Mbembe, condividono una medesima epistème. Il disamore per il paesaggio viene da politiche e da pratiche, dall’alto e dal basso, ossia, come direbbe Foucault, come il potere, viene diffusamente. Non ci sarebbe città diffusa se non ci fosse una familiarità diffusa di pratiche. L’atteggiamento ambientale in veneto è “diffuso”, familiare, intimo ad amministratori e cittadini, imprenditori e operai, contadini e commercianti, uomini e donne, giovani e vecchi, industriali e sindacati. Caso esemplare, il paesaggio dei palù che ho studiato nella mia etnografia (Nadia Breda, Palù. Inquieti paesaggi tra natura e cultura, Cierre edizioni, Verona, 2001), nonostante sia protetto dalle normative europee dei SIC, è stato sventrato da un’autostrada voluta dalla totalità dei soggetti locali, scontando in questo la loro esistenza quotidiana vicina, lenta e passiva, non esotica, non imponente, non emergente, banale. Gli ambientalisti, in Veneto, con le politiche di conservazione non hanno raggiunto grandi risultati, poiché il paesaggio veneto per lo più non è fatto di emergenze, di luoghi notevoli, di flora e fauna in estinzione, quanto piuttosto, come dice Salvatore Settis per i beni culturali, di una disseminazione di beni minori, di bei paesaggi diffusi, latenti: il patrimonio latente è ciò che abbiamo senza sapere di averlo. la vera unicità dell’Italia non è in una lista più o meno lunga di isolate opere «alte» da salvare a ogni costo nel generale sfacelo, ma nel prodigioso continuum fra le opere «alte» e il tessuto connettivo delle città che le ospitano, nel rapporto fra patrimonio evidente e patrimonio latente. Questa unicità italiana è (…) la carta vincente rispetto a ogni altro Paese, e dunque ha una notevolissima rilevanza economica (Settis Salvatore, Italia S.p.A, Einaudi). La salvaguardia del paesaggio veneto non può venire dall’istituzione di parchi, oasi, riserve, ZPT, Siti di Interesse Comunitario a meno che il parco non sia inteso come lo intende Tonino Perna, Presidente del Parco dell’Aspromonte, che nel suo importante libro Aspromonte (ed. Bollati Boringhieri), scrive: “In fondo si può dire che il parco è un ente il cui scopo finale è la sua soppressione”, pag 84, poiché il parco inteso come isola, confinamento, recinzione, non ha futuro (pag. 115) “quello che possiamo ritenere realistico , nel lungo periodo, è che i confini dei parchi diventino sempre meno rilevanti, che tra aree protette e aree contigue non vi sia uno scarto visibile, in termini di paesaggio, gestione del territorio, modello di sviluppo locale” (pag. 84-85). Ma questa è una lettura dell’istituzione Parco molto particolare, anche se io credo rappresenti la strada giusta per il futuro. Di fatto gli ambientalisti non hanno mai disposto, in questi ultimi 30 anni, di strumenti adeguati per la lettura del paesaggio veneto e dei processi cui era sottoposto mentre si sviluppava la città diffusa. L’alberofilia degli ambientalisti, una alberofobia al contrario della precedente, la loro volontà di tutela della natura, le loro ideologie conservative si sono scontrate in veneto con una diffusa familiarità con la città diffusa, si sono scontrate con una profonda intimità condivisa con questo processo di diffusività, si sono solo e semplicemente scontrate con una episteme condivisa che non lasciava spazio alle differenze. Oggi, a città diffusa compiuta, possiamo finalmente chiederci (è allora forse non è troppo tardivo lo sguardo dell’antropologia) se il paesaggio veneto nella città diffusa contemporanea, sia definibile come “paesaggio terzo”, secondo la prospettiva di Gilles Clément, nel suo Manifesto del Terzo paesaggio (ed. Quodlibet), prospettiva che potrebbe essere interessante come via di evoluzione per il paesaggio della città diffusa veneta. Scrive Gilles Clement che il terzo paesaggio è una somma di residui, che i residui sono prodotti da ogni organizzazione razionale del territorio, che sono spazi indecisi, privi (o privati) di funzione, sui quali è difficile posare un nome; spazi di scarto, di margine; tra questi frammenti di paesaggio nessuna somiglianza di forma. Un solo punto in comune: tutti costituiscono un territorio di rifugio per la diversità. Ovunque, altrove, essa è scacciata. Il terzo paesaggio deve la sua esistenza al caso, per essere rimasto, per caso, non urbanizzato, oppure per una difficoltà che rende lo sfruttamento difficile o costoso, oppure perché è uno spazio in attesa di una destinazione, dell’esecuzione di un progetto che rimane sospeso . E sempre citando Clément: Il terzo paesaggio appare per sottrazione dal territorio antropizzato, è un angolo perduto di un campo, una landa abbandonata, i resti di un orto urbano, là dove i boschi si sfrangiano, lungo le strade, lungo i fiumi, nei recessi dimenticati da coltivazioni e da urbanizzazioni, da ciò che resta dal riempirci di urbanizzazioni. Il terzo paesaggio è luogo che si cerca di ridurre o sopprimere. Luoghi che le amministrazioni non amministrano, o di cui si vergognano e che si affrettano a cambiare. Luoghi che la patrimonializzazione condanna a sparire; il mantenimento della loro esistenza non dipenderà da esperti, ma da una coscienza collettiva. Il terzo pesaggio acquista una dimensione politica. Non è forse questo il paesaggio della città diffusa oggi? Riguardo alla narrazione del disagio. Nel 2005 esce per le edizioni Nuova Dimensione, un importante libro sul veneto e sul nordest, Il grigio oltre le siepi, a cura di due studiosi, Francesco Vallerai e Mauro Varotto delle università di Venezia e Padova. Il libro diventa un caso, per il successo editoriale e per la causa civile e penale cui vengono sottoposti autori ed editore relativamente alla presenza nel libro del racconto del conflitto tra cittadini e industria (una zincherai) a San Pietro in Rosa, provincia di Vicenza. Il caso viene illustrato sulla repubblica il 4 dicembre scorso, in un articolo di Francesco Erbani, autore di L’italia maltrattata, ed è stato anche rappresentato in un film della Rai cinema, di Segre e Calamini, intitolato Checosamanca. Che cosa dice di nuovo questo libro? Cosa c’era da dire ancora sul nordest, dopo 40 anni di studi? Perché è importante per una lettura antropologica del nordest? La metodologia dell’ascolto delle voci del territorio praticata da questi geografi umanisti di origine veneta anch’essi apparenta questo libro ad una antropologia della città diffusa. Senza dubbio questi autori hanno vissuto, a proposito del paesaggio e della città diffusa, la tensione tra orgoglio e vergogna di cui parla Homi Bhabha a proposito dei monumenti: La tensione fra “trasmissione di civiltà” e “trasmissione barbarica” che i monumenti comunicano evoca la tensione tra che sentiamo nei confronti delle narrative storiche da cui proveniamo: l’elaborazione di questa tensione è un passo necessario per fare spazio a un’eredità globale che le decostruisca e le superi (Ida Dominijanni e Brett Nailson, , il manifesto, 12 dicembre 2006, pag. 12, “Il passato che non vuole passare, il futuro che non vuole aspettare”, intervista a Homi Bhabha) La retorica del nordest è la narrazione storica da cui provengono gli autori. Il monumento che provoca tensione è in questo caso il paesaggio veneto. La tensione sta nell’oscillazione tra la civiltà della regione veneto e la barbarie subita dal suo paesaggio. Il trauma tra orgoglio e vergogna si esprime nelle forme e nei linguaggi del disagio. Uno degli autori mi ha testimoniato che il disagio provocato in lui dalla città diffusa lo ha costretto per vario tempo a muoversi nella regione Veneto principalmente e possibilmente solo di notte, in modo da annullarne la visione. Il libro che questo autore ha curato è figlio di questo personale autobiografico disagio nella città diffusa, disagio che certo non è il solo a vivere ma che molti veneti condividono Il disagio si esprime in almeno 4 modi: i comitati emergenziali, le iniziative paesane, le malattie; del 4° modo parlerò alla fine della relazione.. Riguardo al primo tipo di disagio: sono oltre 350 i comitati emergenziali in Veneto, circa uno ogni due Comuni, e in continuo aumento; la loro esistenza rende leggibile il disagio che emerge da una ormai costante conflittualità ambientale in veneto, conflittualità che è ormai il carattere dell’ambientalità in veneto, diffuso anch’essa, dovremmo dire, nella città diffusa. I cittadini si sentono minacciati dalle diverse tipologie di impatti conseguenti alla produzione industriale o artigianale, al prelievo di inerti, al trattamento di rifiuti, al potenziamento della telefonia mobile, alla fornitura di energia, alla costruzione di strade e così via. I comitati aggregano i disagi dei cittadini e le angosce condivise, portano alle isitituzioni un malessere che evidentemente rende infelici ampie porzioni della popolazione. Le dinamiche dei comitati emergenziali, scrive Francesco Vallerani, sono riconducibili ai ben noti paesaggi della paura, paura del e per l’ambiente, paure che provocano l’aggregarsi incalzante in comitati di vario tipo con l’obiettivo emotivo di potenziare il controllo sullo spazio vissuto che si vive come minacciato da scelte estranee, non più condivise. La paura si accompagna a quel pessimismo culturale che conosciamo dagli scritti di Bennett, pessimismo che aumenta con l’aumentare del progresso tecnologico. Ciò conduce spesso ad una ben nota mitizzazione acritica del passato, ed eccoci quindi alla seconda espressione del disagio: ad un convegno al Museo etnografico provinciale di BL, organizzato dalla conservatrice Daniela Perco, lo storico veneto Danilo Gasparini presentava una sua indagine sulle forme di svago emergenti in Veneto, ostentando in forma elencatoria gruppi e modi del divertimento contemporaneo: gli amici dei trattori d’epoca, il gruppo GAMAE, gruppo amici macchine agricole d’epoca, gli amici del filò, gli amici del palio, gli amici della brìtola . Ci sono poi le vendemmie medievali, magari del prosecco, con i rolex al polso e le sfilate in costume, le confraternite del pisello, del fagiolo e della salsiccia bianca del trevigiano, infine un grande convegno sullo spiedo. Tutte queste manifestazioni prevedono stand gastronomici favolosi, elezioni di miss Spiga, merende sui campi, scambio di modellini di macchine agricole, trebbiature notturne, balli, l’immancabile messa, l’uso del dialetto nelle locandine e il trionfo del mangiare con grande strepito musicale. Le amministrazioni comunali sono costrette a deliberare a causa del disturbo sonoro apportato durante le esibizioni dei vecchi motori, la regione veneto spande contributi in abbondanza su queste manifestazioni, grazie anche al discusso assessorato alle politiche e all’identità veneta che dal 2000 ha sostituito l’assessorato alla cultura. In queste manifestazioni il disagio viene re-interpretato fino alla sua cancellazione; nelle riviste di agricoltura le persone si fanno fotografare con i loro prodotti più belli, tutti ben vestiti, su sfondi prestigiosi. Facevano così anche in Brasile gli emigranti italiani ad inizio ‘900, spiegava la prof.ssa Giuliana Sellan allo stesso convegno, in una rappresentazione dove nessuno vuole incarnare il servo, ma tutti sono re e regine, il mondo è il mondo dell’abbondanza, la campagna è un eden, le criticità non si manifestano, il paesaggio è ancora quello dei nostri nonni, i comitati emergenziali non esistono. Altra modalità del disagio è l’emergere di malattie legate alla trasformazione dell’ambiente, mali e malesseri che interrogano seriamente l’antropologia e che richiederebbero urgenti approfondimenti. Non è più raro imbattersi, in Veneto, in casi di psicopatologie e crisi depressive collegate alla perdita traumatica del senso dei luoghi, alimentate dal senso di insicurezza generato dal vivere in cantieri continuamente aperti. E’ l’esperienza dello spaesamento senza spostamento, definita dal poeta feltrino Giovanni Trimeri come lo sradicamento di chi emigra da fermo, di chi si vede cambiare rapidamente il mondo intorno, di chi si sente sottratta la terra sotto i piedi e non riconosce più ciò che ha di fronte. Lo stravolgimento della geografia colpisce la geografia della memoria, l’affidabilità ambientale quotidiana e riconoscibile viene meno. L’insicurezza che si accompagna a tutto ciò è sempre più vistosa ed è testimoniata dal successo dei sistemi di difesa delle villette, solo pochi anni fa simbolo di successo economico e oggi, trincerate dietro cancelli antisfondamento, porte blindate, sofisticati sistemi di allarme, testimoni della paura, della solitudine, della perdita di socialità e del gusto del radicamento, della soddisfazione residenziale stessa. Il grigio va oltre le siepi, invade i territori della mente, che si dimostrano fragili di fronte alla città diffusa. La gente si ammala. Scrive Mauro Varotto nel libro Il grigio oltre le siepi: “è (…) alla scala esistenziale che i processi appaiono già ora difficilmente sostenibili, perché vivere perennemente in un cantiere produce precarietà, non-senso, spaesamento definitivo. I limiti di questo sviluppo (…) vengono, - molto prima di esaurire lo spazio disponibile- dai ben più fragili territori della mente, incapaci di sopportare ulteriormente modi e tempi di tale saccheggio. Sono i territori della mente, oggi, (…) a denunciare una sofferenza da sovraccarico, una difficoltà di orientamento nell’ordine delle idee, prima ancora che nel reticolo dendritico del traffico e degli spazi saturi” (Varotto, pag. 86). La gente si ammala per l’effetto canyon prodotto dalle strade-mercato lungo gli assi viari, che producono senso di accerchiamento, soffocamento, claustrofobia, si ammala per l’effetto nimby, per cui ognuno si sente minacciato a casa sua e propone di spostare la minaccia un po’ più in là, nel giardino del vicino, per sottrarla al suo; la gente si ammala per l’effetto escape, che produce una fuga alla ricerca di un altrove in cui illudersi di recuperare un rapporto più armonico con la natura, alimentando però così la stessa furia edificatoria da cui si fugge, il mercato delle seconde case, e salvo poi il ritorno obbligatorio nei luoghi di alienazione e il ripetersi del circolo vizioso. Il disagio infine, comincia ad emergere anche nelle narrazioni scientifiche degli esperti e in quelle aride delle amministrazioni, tutte peraltro anticipate dalle narrazioni di scrittori e poeti. Nel 2004 il governo regionale veneto emana la Carta di Asiago, elaborata da 5 studiosi (tra cui Eugenio Turri e Ulderico Bernardi), a supporto di uno sforzo, tardivo ma lo stesso provvidenziale, a contenere il consumo del territorio in Veneto. Nella Carta di Asiago si “manifesta con urgenza la necessità di invertire rotta, di “dare forma alla villettopoli”, di capire “che la vita è fatta anche di altre cose, non solo di produzione”, (si manifesta con urgenza la necessità) di “integrare i sopravvenienti, cioè le nuove generazioni e gli immigrati”; reclama il bisogno di ricucire e integrare paesaggi infermi e informi, di regolare le spinte selvagge del mercato, di risparmiare e valorizzare territorio e ambiente intesi come bene pubblico, un territorio “troppo importante per lasciarlo solo in mano ad architetti ed urbanisti”” (Vallerani, grigio pag. 297). L’anno successivo, 2005, l’assessorato alle politiche del territorio, nel documento programmatico preliminare al piano urbanistico parla diffusamente di disagio, scrivendo che , di fronte al fin troppo palese rischio di saturazione del territorio, gli esiti di tale densificazione sono già oggi crescente fonte di disagio per i cittadini e per le imprese e rischiano di abbassare in maniera rilevante la qualità della vita futura. Disagio creano le infrastrutture della mobilità, congestionate e congestionanti, e disagio crea il degrado della base naturale del territorio, terra e acque, tanto quanto la cancellazione dei paesaggi, dei monumenti e della memoria collettiva. Di disagio parlano per la prima volta in questi anni i settimanali diocesani di PD e di Vittorio Veneto, dopo che lo “sconforto inconsolabile” che suscita il paesaggio veneto ha superato i confini regionali occupando la narrazione giornalistica dei quotidiani nazionali. E’ del 4 dic 2006 l’articolo sulla Repubblica di Francesco Erbani sul comitato più lungo d’italia, in Veneto appunto, quel comitato che si oppone alla zincheria di San Pietro in Rosà, a Vicenza, di cui dicevo prima, ma già nel 2003 Erbani scriveva che il Veneto centrale è portatore di una “sofferenza da sovraccarico. Lo spazio si è saturato, la circolazione annaspa. La locomotiva veneta rischia di fermarsi” (Erbani F., Italia maltrattata, Bompiani). Ma è dal Veneto che è arrivata una pagina stupefacente, nel natale 2004, scritta da un imprenditore del nordest che acquistò una pagina in un importante quotidiano nazionale e scrisse un importante e lungo articolo in cui evidenziava l’importanza della bellezza per rilanciare l’economia italiana, denunciava il disagio che crea il vivere in un ambiente brutto e degradato, e auspicava una cultura del paesaggio che includesse la preservazione della sua bellezza. Pochi giorni dopo questo articolo il governatore regionale esprimeva la stessa preoccupazione, così riportata sul Corriere del Veneto: Basta con le file di fabbriche tutte uguali, brutte e spesso abbandonate. Bisogna trovare il coraggio di abbattere i capannoni inutili e di costruirne di nuovi solo quando sono necessari, facendo attenzione anche alla qualità estetica dell’edificio”. (Il grigio oltre le siepi pag. 296) Basta fabbriche in veneto è lo slogan di molti cartelloni apparsi in questi anni in veneto, anonimi, bianchi e scritti a mano con quest’unica frase, così evocativi che sono stati ripresi anche da importanti fotografi. La regione Veneto ha infine proclamato il blocco dell’espansione ulteriore delle zone industriali. Non sappiamo se inizia una strada di ritorno, perché la regione Veneto è la stessa che ha approvato la Valdastico e l’autostrada A28, sappiamo però che grazie alle letterature oggi esistenti sul Veneto, una possibile lettura del nostro presente c’è, e c’è anche la quarta possibilità di espressione del disagio, che prima non avevo citato, l’autoironia, ancora tutta da sperimentare, ma che promette buoni risultati se, come citano gli autori de Il grigio, una narrazione di questo tipo c’è già, quello di Tim Parks, nel libro Italiani, (ed. Bompiani), in cui si narra la storia di un inglese che si trasferisce in Veneto e descrive il nostro ambiente con ironia acuta. Il Veneto ha bisogno di una analisi antropologica e che quella che qui si è proposta quindi non è che una pista di possibili indagini. Grazie dell’attenzione relazione al convegno “Paesaggio-Paesaggi. La costruzione della località: paesaggi locali e reti globali” Dipartimento Uomo e Territorio, Università degli Studi di Perugia, Regione Umbria, Assessorato all’Ambiente e al Paesaggio, Perugia 9-10 gennaio 2007
 
Vi segnalo questo convegno in cui sarò tra i relatori.
STUDI TERRITORIALI, ETICITA’, CENSURA
Il ruolo della ricerca scientifica di fronte ai conflitti ambientali: il caso del volume miscellaneo “Il grigio oltre le siepi”
Presentazione e programma
Un recente ricorso in sede civile e una querela nei confronti dei geografi Francesco Vallerani e Mauro Varotto, responsabili scientifici di un significativo gruppo di ricerca sulle criticità ambientali e paesaggistiche nella città diffusa del nord-est, rendono opportuna un’accurata riflessione circa le imprescindibili connessioni tra studi territoriali e le complesse dinamiche culturali, psicologiche e giuridiche da cui dipende l’evoluzione dei contesti ambientali ove si svolge l’agire sociale della comunità. E’ ormai acquisizione culturale comune che gran parte della pianura Padana ha subito in pochi decenni vistosi processi di trasformazione fisionomica, sostenendo il peso di una sempre più pesante presenza umana. Il lento evolversi della sedimentazione antropica, secondo i tempi e i modi di un tradizionale e premoderno prelievo di risorse, è stato bruscamente alterato dalle tumultuose dinamiche produttive avviate con il cosiddetto boom economico. In pochi decenni la base territoriale è stata caricata di un numero crescente di funzioni, tra loro spesso conflittuali, che oltre a eclissare pregevoli aspetti del paesaggio, i quali solo recentemente sono stati rivalutati come patrimonio culturale, hanno prodotto anche severi impatti ambientali. Tra i punti di vista più efficaci da cui affrontare l’essenziale e complesso fascio di relazioni che governa il rapporto tra ogni comunità umana e la propria base territoriale, è certamente agevole identificare quello della geografia umanistica. In opposizione al tradizionale oggettivismo descrittivo, che fino a pochi decenni fa aveva dominato il discorso geografico sulla base delle metodologie quantitative, il metodo geoumanista riabilita il ruolo della soggettività nella costruzione della territorialità umana. Ne consegue il recupero di spazi ambigui, dell’identità polifonica, dei valori condivisi, del patrimonio simbolico, delle tradizioni culturali, cioè tutti quegli aspetti in gran parte trascurati dalla tradizionale ortodossia geografica. Si è insomma sempre più consapevoli che la descrizione fisica dello spazio non sia più sufficiente per conoscere il territorio, ma che bisogna invece collocare l’oggettività geografica tra le maglie complesse delle relazioni sociali, culturali, economiche e logistiche che si instaurano nel territorio. Oltre alle discipline psico-sociali, l’apertura interdisciplinare della geografia e della storia contemporanea consente di addentrarsi nelle competenze delle scienze economiche, con uno sguardo particolare alla sempre più necessaria contabilità ambientale, aggiornando la consueta e per molti aspetti inadeguata valutazione econometrica tradizionale con l’introduzione del concetto di “qualità della vita”. E’ infatti ormai assodato che il principale degli indicatori economici, il PIL, nel descrivere il benessere di una collettività sia tanto meno significativo quanto più sia mediamente ricca la comunità osservata, vale a dire quanto più siano soddisfatti i bisogni primari. Emergono quindi insopprimibili “limiti sociali dello sviluppo”, per cui l’incremento di quantità di beni offerti non si riflette più in una parallela crescita di soddisfazione. Non a caso negli ultimi anni gli economisti hanno cominciato a occuparsi di questioni tradizionalmente lasciate nell’implicito del discorso come quello della felicità, soddisfazione residenziale, qualità delle relazioni sociali, bellezza del paesaggio. La questione si fa più complicata quando si devono affrontare specifiche urgenze suscitate dalla difficile coesistenza tra crescita economica e armonioso sviluppo sociale e territoriale. In tal senso la riflessione condotta dagli studiosi di economia mette in guardia circa il declino delle società opulente, con particolare riguardo al nodo scorsoio della saturazione territoriale e dei conseguenti conflitti tra funzioni produttive, logistiche e residenziali. In Veneto uno dei punti cruciali è pertanto la tutela e la manutenzione della qualità del sistema ecologico e su questo tema le reazioni degli attori locali mostrano frequenti fratture e opposizioni tra diverse percezioni, che danno conto della coesistenza non sempre facile tra identità plurime, nonostante l’apparente omologazione di stili di vita di tipo urbano. In questo contesto il conflitto ambientale può sfociare in una sfida in base alle normative vigenti; ecco che il convegno dovrà anche dare spazio a una attenta riflessione sul concetto di legalità, sulle norme che dovrebbero tutelare i beni comuni e non l’egoistica affermazione dei vantaggi personali e familistici. Obiettivi Il tema della censura, della libertà di ricerca e di stampa è ora particolarmente attuale in considerazione della scelta operata da chi ha reagito sul piano giudiziario a quanto emerso nell’attività di studio dei problemi territoriali in Veneto conclusa dai suddetti Vallerani e Varotto e pubblicata in un testo che ha avuto larga approvazione non solo sul piano scientifico, ma anche come significativo contributo alla conoscenza di fatti di interesse pubblico. Nel convegno si cercherà di capire i rischi e le contromisure per poter esercitare con serenità il proprio lavoro di ricercatori, specialmente se interessati alla comprensione delle più oscure e inquietanti dinamiche che stanno gravemente compromettendo la riproducibilità ecologica di ampi settori nel nostro Paese e la soddisfazione residenziale dei suoi abitanti. A questo riguardo sarà dato ampio rilievo ad alcune testimonianze di livello nazionale relative alla non facile coesistenza tra crimini ambientali e informazione, cercando di sottolineare il ruolo delle istituzioni accademiche nel produrre non solo cultura e conoscenza autoreferenziale, ma anche utili contributi per una più matura e diffusa consapevolezza del bene comune.
PROGRAMMA STUDI TERRITORIALI, ETICITA’, CENSURA Il ruolo della ricerca scientifica di fronte ai conflitti ambientali: il caso del volume miscellaneo “Il grigio oltre le siepi” DIPARTIMENTO DI STUDI STORICI Università di Venezia Cà Foscari PROVINCIA DI VENEZIA COMUNE DI VENEZIA GIOVEDI’ 12 APRILE 2007 Venezia, Auditorium di Santa Margherita PROGRAMMA Ore 9.30 Apertura dei lavori Pierfrancesco Ghetti Magnifico Rettore Unive Luana Zanella Assessorato alla Cultura Comune di Venezia Ezio da Villa Assessorato all’Ambiente Provincia di Venezia Relazioni prima sessione (presiede Francesco Vallerani, Dip.to Studi Storici, Unive) Mario Galzigna (Dip.to di Studi Storici, Unive) Paura di raccontare: l’ossessione dell’autocensura Alessandro Giadrossi, (C.I.G.R.A. Units), Cittadini ed Associazioni nel processo: protagonisti nella lotta contro la criminalità ambientale Domenico Patassini (Dip.to di Pianificazione, IUAV) Urbanistica della frode Nadia Breda, (Dip.to di Studi Sociali, Unifi), Impegnati per l’ambiente: una categoria antropologica Carlo Ripa di Meana (Italia Nostra), Tutela ambientale e il diritto di critica Luca Bonardi (Dip.to di Geografia, Unimi), Cambio climatico: censura globale Gabriele Zanetto (Scienze Ambientali, Unive) Don Chisciotte a nord est. Conflitti ambientali e politiche del territorio. Ore 13.30 Aperitivo e buffet Ore 15 Relazioni seconda sessione (presiede Mauro Varotto, Dip.to di Geografia Unipd) Gianfranco Bettin (Scrittore), Il disagio tra narrazione e censura: il caso Marghera Gianni Moriani (Centro IDEAS, Unive), Etica della responsabilità e l’imprenditore veneto Gabriele Centazzo (Valcucine, Pordenone), Il recupero della bellezza come innovazione economica Andrea Segre (regista), Documentare le geografie del disagio Proiezione di Checosamanca , documentario sull’Italia del disagio (Festival di Roma, 2006)
 
Di nadia (del 15/03/2007 @ 16:09:03, in ESTnord, linkato 188 volte)
Il libro curato da Francesco Vallerani e Mauro Varotto, intitolato Il grigio oltre le siepi. Geografie smarrite e racconti del disagio in Veneto, edizioni Nuovadimensione (VE)) è un libro imprescindibile per conoscere e capire il Veneto di oggi. Lo spazio geografico indagato si estende dal Mincio al Tagliamento, dalle Dolomiti all’Adriatico, uno spazio che è “un compendio geomorfologico e culturale del mondo” tanto quanto un susseguirsi di rischi ambientali, impatti sociali, conflitti ambientali. E’ il Veneto ed è il Nordest ad essere qui indagato. Con questo libro si supera una fase importante nella storia degli studi sul Veneto: viene qui superato lo scollamento tra gli studi quantitativi, economicisti, statistici, politici e la letteratura sui conflitti ambientali. Questi ultimi infatti vengono analizzati in relazione al particolare sviluppo industriale di questa regione e alla costruzione del nordest. Si legge bene in questo testo, infatti, come il nordest sia una costruzione sociale, ambientale e culturale. Una immmagine che ne ha sostituita un'altra, quella del Veneto. Molto di più che una “invenzione”, è stata una costruzione passo passo, di cui si comincia ora a vedere il procedere e la storia, di cui si possono rintracciare origini, sviluppo e declino. Avevamo vari libri sul Veneto contemporaneo e sulle sue recenti avventure sociali, tanto quanto denunce dello stravolgimento sociale e ambientale. Ma il primo gruppo di testi tendeva a rimanere una analisi quantitativa, che rivolgeva lo sguardo all’aspetto emergente della nuova situazione (gli imprenditori come informatori, il particolare modello della “terza Italia” ecc.). Parallelamente circolavano documenti poco visibili, frammenti di Veneto, contestazioni e timide indagini dell’altra faccia della medaglia: i buchi, i vortici, le cadute della socialità e dell’ambientalità in Veneto. Spesso nel primo caso i toni erano quelli dell’esaltazione, della scoperta, della vertigine dello sviluppo, nel secondo erano i toni del pessimismo culturale, della denuncia poco efficace, poco incisiva nell’analisi. Oggi c’è qualcosa di nuovo da dire sul Veneto contemporaneo? Questo libro sbaraglia le dicotomie, fa esplodere lo scollamento. Qui analisi quantitativa e analisi qualitativa emergono simultaneamente e si illuminano a vicenda. Questo libro ri-apre il dibattito perché re-imposta la visione di questa regione. Dopo questo libro, si può ri-vedere questa regione, e cominciare a ri-vedere e ri-comprendere anche quelle cose che erano cadute in un buco percettivo. In questo libro c’è un linguaggio nuovo, per parlare sia del Veneto che del nordest; c’è una nuova grammatica e una sintassi diversa dei pensieri e delle logiche; c’è un metodo innovativo utilizzato nella ricerca e restituito nel libro. Qui poetiche, epistemologie, metodologie si condensano e si intensificano a vicenda. Il percorso è tra le liminarità, negli spazi interstiziali sia del metodo che dei contenuti, ma la fusione finale e il risultato delle indagini non risultano affatto parziali o frammentari: dopo aver letto “Il grigio”, è il Veneto di oggi quello che si spalanca agli occhi del lettore. E’ finalmente la possibilità di capire cosa sia successo in questi ultimi decenni, così vicini da non permetterci una visione globale, distaccata, complessiva. Per il lettore veneto, leggere queste pagine è una esperienza intensa, di difficoltà e di orgoglio: difficoltà ad accettare che sia andata proprio così, orgoglio perché è di noi che si parla, spalancandoci di fronte la bellezza perduta della nostra terra e la possibilità di riparare alla perdita. Il libro è ricco di approcci, come insegna la più postmoderna antropologia: c’è plurivocalità, lettura dei documenti, attenzione alle fonti giornalistiche. Ci sono visioni geopoetiche dei luoghi[1], poetiche esplicitate dai poeti[2], fenomenologia della geografia vissuta e costruita[3], c’è urgent anthropology e polifonia delle fonti. C’è moral and critical geography, ci sono autobiografie e biografie, racconti e letteratura[4]. Il testo è a tutto tondo, non manca nemmeno l’analisi del linguaggio fotografico e delle sue implicazioni epistemologiche[5], la presenza di voci di cittadini[6], di comitati attiviti sulle politiche del territorio[7]. C’è perfino il punto di vista notturno su questo Veneto centrale, visto nei suoi momenti di buio, capaci di illuminare la nostra interpretazione del paesaggio. Ci sono suoni e odori vecchi e nuovi, in più di un autore del testo, a calarci nella realtà indagata con tutti i sensi di questo uomo sensoriale quale siamo[8]. Le visioni geopoetiche dei luoghi sono ormai dagli anni Settanta del secolo scorso un più che consolidato strumento di lavoro per il geografo umanista (Lando 1993). Il loro impiego è in grado di dischiudere le sfumature di senso che si aggirano, disperse e sconosciute, tra le certezze dei discorsi formalizzati delle più efficienti analisi territoriali (F. Vallerani pag. 171). Ma se la sintesi finale non produce frammentarietà, ciò si deve al modo con cui i vari autori dei testi hanno letto questo territorio, filtrandolo a tutto gli effetti attraverso la categoria dell’ascolto dello spazio vissuto. “Ascolto dello spazio vissuto” significa “consapevole e accurato recupero dell’esperienza personale, una crescita dell’importanza dell’ascolto delle singole voci di chi abita i propri luohgi, un interesse per la quotidianità del vissuto”(F. Vallerani pag. 171) Ascoltare il territorio significa costruire strumenti capaci di percepire voci molteplici, silenzi eloquenti, linguaggi di forme e di paesaggi, toni delle proteste e delle angosce silenziose. Significa sentire il territorio nella sua fisicità e nella sua costruzione linguistica. Corpi e linguaggi emergono con uguale forza in questo libro. Sono segni sul paesaggio tanto quanto retoriche dell’abitare. Sono sagome del nostro vivere in Veneto (la casa, l’auto, le strade, le autostradade, i centri commerciali), tanto quanto politiche, dichiarazioni, atti amministrativi. Oggetti nello spazio tanto quanto pratiche cartacee più o meno formali. Ecco che nel testo ci appaiono analisi dei linguaggi delle imprese edili che pubblicizzano le loro costruzioni e costruzioni di forme-case-karaoke da parte degli abitanti residenziali, che esprimono con la casa il loro status sociale. Ecco l’ “ascolto” dei documenti amministrativi: piani regolatori, declaratorie urbanistiche, documenti di esperti, prodotti amministrativo-letterari di assessori e di sindaci vengono accolti ed “ascoltati”. Sì, ascoltati, non solo analizzati-descritti-studiati. L’ascolto attento è la cifra di questo libro. Ci sono voluti anni di “ascolto” per approdare a questa lettura del territorio. Così profondo è stato il coinvolgimento dei promotori e curatori del libro, che si può dire a tutti gli effetti che questo libro si apparenta ad una antropologia. Una antropologia del Veneto, finalmente. E infatti questa geografia di ascolto praticata da F. Vallerani, M. Varotto e i loro coautori è una antropologia nel metodo: oltre l’osservazione partecipante, entro un capace processo di empatia; oltre l’intervista o il questionario, entro la perduzione. L’antropologo Leonardo Piasere, che ha coniato il termine “perduzione”, così ne parla: “Il termine [perduzione], dall’aria forse un po’ troppo scientista per quello che vuol illustrare, etimologicamente vuol rimandare a un . E’ costruito per assonanza, più che per analogia, con termini gallonati come induzione, deduzione ed abduzione, ma non è basato come questi tre sulla logica del sillogismo. La logica del sillogismo è una logica binaria, quella della perduzione è una logica polivalente; la logica del sillogismo è una logica , quella della perduzione è una logica olistica che procede a colpi di . […] Nel neologismo, la particella per- vuole rifarsi al concetto composito di trasversalità lenta proposto da Remotti (1990:168-174) ma, per cogliere (= interiorizzare) il significato altrui < si concentra nelle soste, negli angoli di mondo>. Dal lato dell’ c’è il fatto che c’è qualcosa da frequentare costruito dal senso di sradicamento dovuto al cambiamento di clique, come vedremo, ma anche qualche cosa che si acquisisce fra altra gente; dal lato della vi sono le modalità dell’acquisizione inconscia, del perdurare attraverso imitazioni e ripetizioni, del lasciar acquisizioni che non avvengono tramite semplici concatenazioni lineari, ma con porcedimenti complessi che coinvolgono tutto il corpo-Io del ricercatore” (L. Piasere, L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Laterza, 2002, pag. 56-57) E’ stato un difficile esercizio di perduzione, nuova frontiera dell’antropologia, quello cui si sono sottomessi-esposti gli autori del libro “Il grigio”. Essi si sono “s-paesati” nel loro paese, viaggiando non in luoghi esotici ma entro la loro stessa casa abitata, curvando l’esperienza inclinandosi a guardare ciò che era loro già noto, ciò che era loro già familiare, luogo di casa e di paese, sempre stato lì, lì da sempre. Hanno praticato un esercizio di foreignizing: rendere visibile ma non esotico, estraneo e quindi guardabile; hanno fatto esercizio di straniamento dal punto di vista strascicato e biascicato di chi vive il Veneto come se niente vi stesse succedento. Hanno indagato il familiare, allontandovisi senza viaggio, spostando il punto di vista , via dal centro del mondo, come insegna l’antropologia postcoloniale[9]. Hanno esposto i loro corpi-Io alle voci del territorio, attravero quella co-esperienza di cui parla la perduzione, quella interazione continuata, prolungata, tutta restituita in pieno nelle pagine del libro. “Il concetto di perduzione o metodo perduttivo rimanda a un’accuisizione inconscia o conscia di schemi cognitivo-esperienziali che entrano in risonanza con schemi precedentemente già interiorizzati, acquisizione che avviene per accumuli, sovrapposizioni, combinazioni, saliti ed esplosioni, tramite un’interazione continuata, ossia tramite una co-esperienza prolungata in cui i processi di attenzione fluttuante e di empatia, di abduzione e di mimesi svolgono un ruolo fondamentale” (Piasere L. L’etnografo imperfetto. Esperienza e cognizione in antropologia, Laterza, 2002, pag. 56) Lentezza e durata della ricerca, macerazione delle idee, partecipazione emotivo-cognitiva del corpo e della mente dei ricercatori, sono state messe in campo per l’ascolto del territorio. Come potrebbe altrimenti parlare un luogo? Come potrebbe altrimenti essere “ascoltato” e raccolto? Non è stato un ascolto sonoro, acustico, esterno, ma una impregnazione, ciò che è avvenuta, per poterci restituire una tale visione del Veneto contemporaneo. Scrive Olivier di Sardan riguardo all’impregnazione: “Il ricercatore sul campo […] vivendo osserva, suo malgrado in un certo verso, e tali osservazioni vengono nel suo inconscio, ilsuo subconscio, la sua soggettività, il suo , o quello che volete. Non si trasformano in corpus e non si inscrivono sul quaderno di campo […]. Qui sta tutta la differenza, particolarmente sensibile nei lavori descrittivi, tra un ricercatore di terreno, che ha di quello di cui parla una conoscenza sensibile (per impregnazione), ed un ricercatoree di biblioteca che lavora su dati raccolti da altri. Questa padronanza che un ricercatore acquisisce del sistema di senso del gruppo presso cui fa l’inchiesta si acquisisce per una buona parte in modo inconscio, come una lingua, attraverso la pratica” (Olivier de Sardan, Enquête, 1 – 1995, pp. 71 – 109, traduzione mia) . E’ così che, per esempio, le acque di questo territorio, bistrattate, calunniate, seppellite, hanno parlato in molti luoghi del testo. Fiumi, fiumiciattoli, fossi, sgrondi e scoli d’acqua non sono più, in questo libro, banali elementi del territorio –possibilimente da interrare- ma sono interpretati come “fedeli sismografi dei piccoli abusi e del progressivo e ormai quasi concluso distacco tra gli abitanti e il loro territorio” (F. Vallerani pag. 168). Fedeli sismografi dell’incuria del territorio sono infatti le acque, come già scriveva anni or sono Rumiz nella sua avvincente descrizione del nordest. Ma nel libro che qui si presenta ci sono anche le acque di Casarsa di cui parlava Pier Paolo Pasolini. “I corsi d’acqua iniziano a perdere il loro compito di spazio per la comunità e sono ridotti a terra di nessuno, a luoghi dell’abuso e Pasolini, poco prima di morire, osserva sconsolato il declino dell’identità idraulica di Casarsa: Ci sono le acque delle rive descritte da Ceronetti. “Uscire dalla città, a piedi, è faticosissimo. T’investe la lava bollente del brutto, del rumore, strade sopra strade, tremendi ponti di ferro, treni, camion, Tir, corsie con sbarramenti, impraticabili autostrade, un vero teatro di guerra […] Ritrovo l’acqua, ma stanno arrivando, non più sporadici, con tutta la loro fragorosa indecenza i Fruitori del Parco. Si portano dietro attaccata la demenza umana, per sguinzagliarla sulle rive, a divorare, a insozzare” (Ceronetti, citato a pag. 177) Ci sono le acque lungo le siepi dichiarate patrimonio ambientale da tutelare secondo la normativa del PRG : non semplici fossi, ma elementi elevati alla dignità di segni di una Civiltà delle Rogge, una Civiltà dei piccoli corsi d’acqua, quella di questa Regione (pag. 277). Ci sono infine le acque del mare, il litorale adriatico, di cui parla diffusamente nel libro Michele Zanetti, raccontandocene ecologia, storia e politica. Una vera “politica della natura” (B. Latour, Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Raffaello Cortina editore, 2000). La quotidianità a cui si dà spazio in questo ascolto del territorio è alla “scala esistenziale” cui gli autori sono stati aperti, e che ricorda così da vicino quelle quotidianità che l’antropologia per esempio ritrova nelle “scritture quotidiane”, capaci di illuminare il fenomeno della scrittura nel suo complesso, da quanto si pone attenzione anche alle molteplici scritture quotidiane (Fabre D., Par écrit. Ethnologie des écritures quotidiennes, Edition de la Maison des Sciences de l’Hommes, Paris, 1997). “E’ però alla scala esistenziale che i processi appaiono già ora difficilmente sostenibili, perché vivere perennemente in un cantiere produce precarietà, non-senso, spaesamento definitivo” (M. Varotto, pag. 86). Si comprende perciò perché sia molto viva in questo libro l’attenzione all’emergere delle conflittualità ambientali e sociali sul territorio. E’ nei conflitti che emergono gli informatori più importanti per il ricercatore: quelli che permettono la triangolazione, il controllo dei dati, la verifica delle ipotesi. La triangolazione complessa intende variare gli informatori in funzione del loro rapporto con il problema trattato. Vuole incrociare punti di vista quando ritiene che la differenza abbia un senso. Quindi non si tratta più di “confermare” o di “verificare” delle informazioni per arrivare a una “versione veritiera”, quanto piuttosto di ricercare dei discorsi in contrasto, di rendere l’eterogeneità delle argomentazioni oggetto di studio, di basarsi sulle variazioni piuttosto che volerle cancellare o appiattire, in una parola di costruire una strategia di studio sulla ricerca delle differenze significative. (Olivier de Sardan, Enquête, 1 – 1995, pp. 71 – 109, traduzione mia) Importanti sono gli informatori marginali, o quelli fuori-clique, oltre il gruppo dominante, sono la parola del soldato e del disertore, oltre quella del comandante, come spiega Olivier de Sardan: “Conviene anche prendere in considerazione l’esistenza di gruppi “invisibili” o “esterni”, indispensabili per ogni triangolazione. L’intervista con persone marginali (rispetto al “problema” considerato), non coinvolti, minoritari, è spesso uno dei modi migliori di far variare i punti di vista. Parimenti, dentro un gruppo strategico, la “gente dal basso”, i “soldati semplici” non devono essere dimenticati a favore dei soli leader, animatori più o meno carismatici, o autoproclamatisi portavoce. Un approccio del genere si oppone evidentemente a un certo punto di vista culturalistico, che postula l’omogeneità e la coerenza di una “cultura”. Il partito preso “anticoerente” è euristicamente più fecondo, come lo è un approccio a una società attraverso i suoi conflitti” (Olivier de Sardan, Enquête, 1 – 1995, pp. 71 – 109, traduzione mia). E’ l’approccio a una società attraverso i suoi conflitti a dare le antropologie migliori, oggi. Ecco quindi emergere in maniera forte in questo libro, le “voci del disagio”, le voci della contestazione, le azioni dei comitati di cittadini, degli oppositori allo sviluppo del nordest. Già, poiché sta emergendo una possibile interpretazione della “infelicità” del e nel Veneto[10]. C’è qui una sofferenza da sovraccarico, il vissuto di chi è perennemente sottoposto al cambiamento senza averlo scelto, la sensazione di vivere costantemente in un cantiere, una consistente angoscia della perdita degli orizzonti fisici e culturali. “I limiti di questo sviluppo e di questo modo di abitare vengono –molto prima di esaurire lo spazio disponibile- dai ben più fragili territori della mente, incapaci di sopportare ulteriormente modi e tempi di tale saccheggio. Sono i territori della mente, oggi –portavoce id modi più raffinati di intendere il benessere esistenziale- a denunciare una soffrenza da sovraccarico, una difficoltà di orientamento nell’ordine delle idee, prima ancora che nel reticolo dendritico del traffico e degli spazi saturati” (M. Varotto, pag. 86). E’ la perdita traumatica dei luoghi (pag. 162), è il paesaggio della paura che avanza (pag. 160, 163), sono le geografie smarrite che si fanno spazio, i paesaggi dell’abbandono, l’atopia, la privatopatia, gli scenari a rischio, questa campagna tarmata dalle sue villettopoli secondo l’espressione di P. Cervellati, la cacofonia cementizia di cui scrive Vitaliano Trevisan, l’alluvione cementizia, il cannibalismo del territorio di Andrea Zanzotto, infine l’infelicità del successo. Non sono solo parole degli autori, queste definizioni, esse sono ampiamente usate anche nei quotidiani e nei settimanali, in qualche documento amministrativo, nella letteratura e nella poesia, tanto quanto inscritte nelle malattie: “è possibile imbattersi in tutt’altro che episodici casi di psicopatologie e crisi depressive collegate a ciò che si suole indicare come ” (F. Vallerani pag. 162) Il libro racconta, mostra e dimostra come si è arrivati, passo passo, piano piano, tutti insieme, a questo risultanto devastante e devastato, in Veneto, “ibrida poltiglia suburbana con acqua arie e terra infettate” (F. Vallerani, pag. 168). Finalmente in questo libro viene detto a chiare lettere che la “grande trasformazione” del Veneto è stata fatta in maniera troppo “leggera”: Eugenio Turri aveva scritto della “fine troppo rapida, quasi una rottura traumatica del mondo contadino sostituito dal turbine miracolistico dell’industrializzazione delle campagne” (pag. 165). Una espansione “troppo rapida, troppo euforica, troppo distante da una saggia gestione della base territoriale”(pag. 16). Finalmente si dice che lo zoccolo duro da cui proveniamo è “un contesto geografico universalemtne noto come uno dei paesaggi rurali più affascinanti delle terra, vera e propria “arcadia diffusa” che, dopo la fortunata stagione rinascimentale codificata dalla firma palladiana (Cosgrove, 2000), ha visto il pefezionarsi di un’armoniosa coesistenza tra base naturale e azione antropica” (vallerani, pag. 159). Avevamo la terra più bella del mondo (è ora di dirlo forte) e l’abbiamo ridotta a un territorio dissipato, rinunciando irrazionalmente al nostro patrimonio e al potere rasserenante dlela bellezza (cfr. pag. 166). Abbiamo lottizzato, ampliato aree edificabili ovunque, aggredito, infettato, inquinato. E’ uno sconforto inconsolabile (170) quello che prende alla gola e allo stomaco quando si guarda alla nostra vita nel Veneto. I nostri luoghi sono diventati segnaletiche stradali (pag. 170). Il nostro vivere è diventato un “abitare segregato” (Varotto pag. 84), il nostro habitus una “incuria e atrofizzazione degli spazi pubblici” sempre più ridotti a “interstizi tra i paradisi privati” quali sono le nostre case (Varotto pag. 84). Ma i postcolonial studies lo hanno dimostrato: all’aumentare della violenza, della sopraffazione, della dominazione, non può che aumentare la resistenza. La resistenza a queste pratiche e a queste violenze, in Veneto, c’è. Un giorno dovremo pur essere grati a coloro che hanno resistito, e presidiato questo territorio, opponendosi alla dilagante devastazione del nostro ambiente. Non saranno calcoli demografici, statistiche, rapporti formali a condurci fuori dal disagio che viviamo. Non saranno “le certezze delle efficienti analisi territoriali”, incapaci di ascolto. Incapaci di affettività verso il territorio, incapaci di empatia. Quindi, in definitiva, incapaci di analisi. L’empatia è oggi tolta dal suo brodo primordiale di tipo emozionale perché le compete piuttosto uno statuto cognitivo, perché è uno strumento della mente, del cervello e del corpo. Senza empatia la comprensione è ridotta. Non potremo quindi affidarci ad analisi che prescindano da questo strumento, per creare il substrato per le future politiche del territorio. Abbiamo piuttosto bisogno di antropologie, e di geografie dell’ascolto come quelle praticate da Valerani e Varotto, ed espresse nella loro pienezza nel libro di cui si tratta. Già alla fine degli anni ’80 il Worldwatch Institute sottolineava che (Jori, pag. 30). Un rapporto di “rara intensità affettiva con la sua terra” era presente in Guido Piovene che all’inizio degli anni ’50 viaggiando in Italia faceva emergere nel suo resoconto i primi segnali di profondi cambiamenti che in Veneto già avvenivano: “Più che d’un vero mutamento, si ha la visione di un’antica vita che si vanifica […]. La civiltà diventa endemica senza giungere più all’intelligenza e all’amore; gli abitanti assomigliano a ospiti occasionali; senza storia, su un fondale storico. Si devono a questo, ritengo, le brutture edilizie perpretrate per speculazione, ma soprattutto per mancanza di affetto” (Piovene, Viaggio in Italia, 1993, pag. 45-46, citato a pag. 175.). Ricordo che alcune recensioni giornalistiche al convegno di Sernaglia, giugno 2003, intitolato “il Veneto e i nemici del paesaggio”, da cui ha avuto origine questo libro, concludevano dicendo che sarebbe ora proponibile che agli assessorati all’urbanistiche e all’ambiente sedessero poeti e scrittori, filosofi ed antropologi, e non solo architetti, ingegneri e geometri. Non era uno scherzo. Sarebbe tempo che le politiche del territorio fossero decise da chi meglio sa “ascoltare” le sue voci. Ascoltare le voci per uscire da questa situazione. “Si è ancora in tempo per difendere e riqualificare gran parte del tessuto connettivo, lo sfondo ove si è sedimentato un patrimonio monumentale e di cultura popolare unico al mondo, con le eccellenze storico-artistiche che si intersecano con peculiarità ambientali altrettanto varie e prestigiose” (F.Vallerani, pag. 183) Dato che “una città priva di punti di vista o di controllo da cui interpretarla, capirla, unificarla e gestirla è una città che alimenta disagio e angoscia generalizzati” (Varotto pag. 88), dobbiamo “ricucire anche per il Veneto centrale una a partire dai suoi frammenti (Cosgrove, 2004, p.8), mediante la valorizzazione delle specificità locali, la ricerca del genius loci e dei fondamenti spaziali dell’identità degli abitanti, la costruzione di un racconto e un’immagine della città meno egoistici e più condivisi, ritrovando il che incarni quell’ideale di socievolezza territoriale, in cui il singolo sia inserito in un contesto comune e che da tale contesto valori e ispirazioni ritornino nuovamente al singolo (Simmel, 1997, p. 56). Riuscire ad abitare il Veneto centrale oltre le abitazioni, non tanto nelle isole quanto piuttosto tra le isole, è la sfida per il territorio e il benessere del futuro” (M. Varotto pag. 88). Insieme agli autori di questo fondamentale libro, crediamo che la parabola si sia compiuta, e che sia ora di ricominciare. Gli strumenti ci sono, questo libro è una analisi dei fatti ma anche una proposta per una corretta ambientalità (che è poi socialità)[11]. Leggere questo libro, da laico, dà una sensazione che credo paragonabile alla sensazione che prova un cattolico nel sacramento della confessione: è stata detta la verità, per quanto brutta e dolorosa, si spalanca la possibilità di riconciliazione, di ritornare a quel terreno di bellezza e pienezza che si era perduto. La bellissima e piena terra del Veneto merita tutto questo e ne ha estremo bisogno. I cittadini veneti possono attivarsi. Naturalmente mettendoci tutto l’impegno etico, morale, politico e civile che serve. Buona fortuna quindi, ai cittadini del Veneto, a “Il grigio” e ai suoi autori. [1] Cfr. Vallerani a pag. 171 et passim [2] Importante l’articolo di Andrea Zanzotto [3] In particolare, interessante l’approccio fenomenologico all’abitare nell’articolo di Mauro Varotto. Ancora sull’abitare e sulle questioni di identità l’interessante articolo di Graziano Rotondi [4] Cfr per es. l’articolo di Marta Bearzotti su Carlo Sgorlon [5] Cfr. l’articolo di Tania Rossetto [6] Cfr. le testimonianze di Laura Sgambaro e Abdeljabar Diraa, di Francesco Ferrarese. [7] Cfr. l’articolo di Daniele Pasinato e Lorenzo Signori [8] Cfr. l’approccio impressionistico di E. Turri pag. 165, le citazioni degli scritti di Parise a pag. 174, dei testi di Parks che parla proprio di smellscapes, a pag. 180, l’articolo di Graziella Andreotti [9] Cfr. per esempio Ngugi Wa Thiong’O, Spostare il centro del mondo, Meltemi. [10] Cfr. l’articolo di Francesco Jori. [11] Cfr. per esempio, le precise indicazioni contenute nell’articolo di Bruno Anastasia, oltre che l’introduzione e le conclusioni dei due coautori F. Vallerani e M. Varotto
 
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05/09/2010 @ 22.30.54
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Breda Nadia. Palù
Cierre edizioni

collana: ETNOGRAFIA VENETA
formato: 14,5 x 21 cm - 264 pp.
ISBN: 888314100
prezzo: 14.50 €



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