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\\ Home Page : Archivio : Autostrada A28 Conegliano-PN (inverti l'ordine)
Ecco gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.

Di nadia (del 30/10/2009 @ 09:40:39, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 185 volte)
In un precedente post ho pubblicato una lunga lettera che Paolo, giovane ventenne, mi ha scritto questa estate, raccontandomi della sua ri-scoperta dei palù e della devastazione dell'A28 Conegliano -PN.  Nel post invitavo a vedere il suo breve video intitolato "le urla della campagna", davvero inquietante.
Non ho ancora conosciuto Paolo, ma al post  ha risposto anche Andrea Mattarollo, attivista storico del WWF di Villorba, insieme a me, autore del video "Che cos'è l'A28",  partecipe delle vicende e della battaglia per la tutela dei palù tra Livenza e Monticano. Non posso che essere grata a Paolo per quello che ha fatto, con la freschezza della sua gioventù, dando valore a ciò che anche noi a vent'anni abbiamo voluto valorizzare.....
Ecco il commento di Andrea:

cara Nadia,
ho letto nel tuo blog la lettera che ti ha inviato Paolo,
e mi ha fatto tenerezza, m'ha ricordato Nadia Andrea e tanti altri
che hanno creduto, comunque andasse che non si poteva rimanere in silenzio,
m'ha ricordato la mia scoperta dei palù, grazie a te, e il racconto
della tua scoperta, attraverso
la tua esperienza, le persone che che hai conosciuto, intervistato,
frequentato.
M'ha ricordato come i palù fossero si stati una scoperta, d'una realtà
che non conoscevo, ma anche una
scoperta di qualcosa che mi apparteneva, in un senso molto concreto,
quasi di una parte di me stesso, che veniva violata
prima di tutto nel suo essere disconosciuta.
Io conosco i palù, questo non potrà cancellarlo nessuno.

Cara mia, un abbraccio

Andrea
 
Di nadia (del 19/10/2009 @ 08:41:10, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 125 volte)
Per vedere i video di Paolo Steffan sull'autostrada e le sue meraviglie, cliccate le parole
"palù san fior"  su youtube.
il più sconcertante è il video intitolato le urla della campagna.....
buona visione!
 
Di nadia (del 31/12/2007 @ 06:21:25, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 200 volte)
Uno dei miei più cari amici mi ha regalato per Natale uno stupendo libro: si tratta di un fumetto intitolato "Rurale! Cronaca di una collisione politica", disegnato e narrato da Etienne Davodeau (edizioni QPress, Torino, 2006). L'illustratore racconta un anno della sua vita passato "sul campo" -diremmo noi antropologi- in un paese del nord-ovest della Francia, tra giovani contadini che praticano agricoltura biologica e si trovano a dover convivere con la costruzione di un'autostrada -la A87 Angers-La Roche sur Yon. "Per un anno intero Etienne Davodeau ha pedinato queste persone con la matita in mano, realizzando un reportage a fumetti appassionante e coinvolgente, e riuscendo a fare di una storia vera una vera storia". Incredibili le somiglianze con la storia dell'A28 tutta italiana: la presenza dell'acqua che dovrebbe ostacolare il tracciato, i tre tracciati alternativi proposti, i ritrovamenti archeologici, gli incontri con i ministri, le ritrosie dei politici, la mala informazione, l'arroganza. Commoventi le vignete che raccontano l'abbattimento della casa di campagna di una giovane copia, e delle loro figlie che accorrono a chiamare il padre mentre le ruspe abbattono le vecchie querce del prato. Segue una immmagine senza parole di un conadino con le lacrime agli occhi mentre assiste all'abbattimento degli alberi. E poi i pilastri che vengon su, la scia di asfalto che si fa, i comitati che si interrogano sul da farsi.... E poi, la vita che continua.... Grazie Davodeau!
 
Di nadia (del 28/05/2007 @ 10:16:54, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 210 volte)
Questo è per rendere pubblico il mio dolore , per renderlo collettivo, politico, per uscirne tutti insieme....

 Cara nadia
Non stentiamo a immaginare il senso di catastrofe personale e collettiva legato a quel gesto di prepotenza istituzionalizzato. Abbiamo appena finito di sentire alla radio le parole intelligenti di Fernando Bandini che insiste per la demolizione delle brutture che hanno sconciato il Veneto dagli anni '60 a oggi; demolire costa, però è necessario e giusto verso i più giovani. Ma che dire di un paesaggio secolare che va irrimediabilmente perduto e sappiamo che al suo posto ci sarà una strada qualsiasi di gran traffico che poteva fare un altro percorso? Qualcosa di simile ho provato tornando a vedere dopo anni la chiesa di S. Procolo in val Venosta, la più antica della mia regione (età carolingia), che ha sul lato ovest degli affreschi sulla creazione del mondo dall'Esameron, affreschi dilavati ormai da una pompa dell'acqua che innaffia con movimento circolare i meli intorno alla chiesa. Sono crimini, ma nascono dalla stupidità e dall'ignoranza, contro cui è difficile lottare. Un abbraccio a voi tutti s.

 Cara Nadia, ho ricevuto il tuo SMS mentre ero in Sicilia ne ho parlato con amici e colleghi e mi hanno ricordato che anche G. subì qualcosa di simile. Non so che dirti tanto grande mi sembra l'offesa. Cosa possiamo fare noi che, anche se abbiamo ruoli intellettuali non abbiamo ascolto nè a destra nè a sinistra? Almeno far circolare qualcosa nelle nostre liste di posta, un articoletto su AM, ma puoi darmi dati più precisi, dovete andare via anche dalla casa? Come e cosa è successo? Ti sono vicino e penso soprattutto a tua madre e al ricordo di tuo padre p.

CARISSIMA ANTROPOLOGA! ho appena letto le ultime dal suo blog. Sono anch'io con lei!!!!!!!!!!!!!!! Mi dispiace tantissismo per la sua terra... leggerò Bodini e qlch pagina di Livio Romano del suo ulitmo romanzo.... Spengo il pc dopo aver lavorato per il blog del comitato supersanese: ho inserito "l'uomo che beveva con le foglie". caldi saluti, a presto DDA

Cara prof. continuo a pensarla per i fatti accaduti, ma non me la sento di dire qlcs. Oggi ho lavorato ancora con il blog supersanese, scrivendo un mio articolo come premessa ai suoi bellissimi scirtti sull' A 28. Nella tranquillissima domenica salentina ho partecipato alla pirma riunione di salentosostenibile...un bel team per incominciare.. a domani p.s: dimenticavo queelo che le volevo dire: sistemando varie ho scannerizato il volantino di S.Michele....l'arcangelo....forse si ha bisongo di loro, in qs mondo!!??di arcangeli? buone cose DDA

 Cara Nadia non vorrei sentirti così. Quello che posso pensare è che, a questa violenza, non c'è risposta; voltare le spalle, ricostruire altrove. è un po' la storia di tutti noi, generazioni e origini differenti, troppo generosi, regolarmente gabbati. Ma, bisogna trovare salvezza. Bon courage, non struggerti per favore sp
 
Di nadia (del 25/05/2007 @ 10:21:31, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 202 volte)

Dopo "l'immissione in possesso", cioè l'ora e mezza in cui hanno guardato la terra, l'hanno valutata e misurata e se la sono presa, ho pianto ho pianto ho pianto e poi ho scritto questo SMS ai miei amici: "Cari amici oggi sono venuti a prendersi la mia terra e ho subito l'esproprio. E' stato tremendamente brutto e così umiliante... nadia". I miei amici mi hanno risposto subito.... ecoo i loro SMS:

Non sei a casa, ti telefonavo per sapere come era andata con la tua terra. Sono tanto triste per voi. NF

Cara Nadia mi dispiace enormemente per questa ingiustizia. Come centro vi siamo vicini. verranno tempi migliori. Credici. EE

Nadia cara che tristezza! Non sentirti umiliata: tu sei stata una piccola grande leonessa che si è battuta con coraggio contro un esercito di iene. Se hanno vinto loro tu comunque rimani quello che sei e loro restano quello che sono. Un abbraccio stretto. AVG

Mi dispiace tanto, anche per tua mamma. AZ

Cara Nadia, sono conte e i tuoi per le terre e acque amiche belle, contro lo spreco e la distruzione. Ti abbraccio. GS

Nadia, sono a casa con C., ti abbracciamo forte e un caldo abbraccio per le tue bambine STC, CSS

 Ti capisco, ma pensa che tu porti avanti quell'eredità per una via diversa...tutto è in trasformazione, un abbraccio SL

Posso immmagnare quanto soffri , per questo dobbiamo lavorare e non demordere... Oggi è stato fermato il MOse, non si sa per quanto...ma è un successo. Ti chiamo domani. Leggi Zanzotto, ti consolerà. AZ

Cara Nadia ti capisco. Ti prego sii foprte. Scrivi a caldo le tue sensazioni. Siamo tutti dei rifugiati ambientali. FV

Oggi sono vicina a te e lala tua famiglia più che mai. CC

 
Di nadia (del 22/05/2007 @ 10:11:30, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 259 volte)
Oggi, 22 maggio 2007, sono venuti a prendersi la terra. Si chiama tecnicamente "immissione in possesso", è una parte -dolorosa- del procedimento di esproprio: i proprietari devono essere presenti sul campo, gli espropriatori con i loro testimoni vengono a vedere cosa c'è sul campo, chi lo posssiede, cosa vuole dichiarare. Scrivono tutto su un foglio, il proprietario firma. Se non vuole firmare, firmano i testimoni (loro) e va bene lo stesso. Da quel momento le terre sono loro, tu non vi devi più accedere. Poi arriveranno le ruspe... Questo succede oggi 22 maggio 2007, dopo 22 anni di attesa, a San Vendemiano (TV), a molte persone: il mio vecchio zio, mia madre, il mio vicino di casa giovane e contadino, altri miei vicini.... molti stanno trattenendo lacrime che non si possono lasciar scorrere...
 
Di nadia (del 07/05/2007 @ 10:09:36, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 173 volte)

Questa mia relazione sarà costituita da alcune riflessioni sull’antropologia e da alcuni esempi desunti dalla mia personale esperienza sul campo. La mia esperienza mi deriva dalla particolare situazione in cui mi sono trovata negli ultimi 20 anni della mia vita, e quindi per ben metà di essa, situazione dolorosa e privilegiata allo stesso tempo, che si potrebbe riassumere nella definizione di “antropologa nativa impegnata per l’ambiente”. L’ambiente di cui mi sono occupata è costituito dai paesaggi agrari umidi localmente denominati “palù”, caratterizzati da acque, praterie e alberature, sacrificati dal 1985 alla progettazione di una autostrada, la A28 Conegliano-PN, la cui costruzione, nell’ultimo tratto, è iniziata proprio il 26 febbraio scorso. Insieme a molti ambientalisti abbiamo sostenuto una lunga opposizione contro questo progetto autostradale, ottenendo la sua bocciatura nel 1997, poi una seconda bocciatura nel 1998 e infine un capovolgimento della situazione nel 2003 con l’approvazione dello stesso progetto nello stesso luogo bocciato per due volte. Abbiamo sostenuto con il WWF un ricorso al TAR e uno al Consiglio di Stato, ricorsi entrambi persi e che hanno avuto anche come risultato la condanna del WWF al pagamento delle spese, sanzione che non era mai stata decretata nei ricorsi proposti da una ONLUS come il WWF. In questi anni abbiamo condotto su questo paesaggio umido numerosi studi di tipo naturalistico, erpetologico, idrologico e da parte mia di carattere antropologico, ottenendo la sua classificazione come SIC, sito di interesse comunitario, a dimostrazione del suo valore ambientale, valorizzazione ottenuta però dopo l’approvazione del progetto autostradale. Attualmente sto scrivendo la storia di questa vicenda, fedele al senso di “scrivere le culture” descritto dagli antropologi Clifford e Marcus nell’omonimo libro. Questa è una delle mie risposte alla perdita dell’ambiente, di cui discuterò in questa relazione, essendo la narrazione, per me, già di per sé una attività etica. “Scrivere descrizioni culturali è prima di tutto un’attività sperimentale ed etica” (Clifford e Marcus, scrivere le culture). Vorrei soffermarvi brevemente a illustrarvi il modo in cui sto scrivendo questa storia, per poi fare alcune considerazioni generali. Sto scrivendo la storia dei palù e dell’A28 adottando il punto di vista meno oggettivo che possa esservi, meno estraneo e distante dalla vicenda che possa esistere, il meno possibile formale e ligio alle norme. Infatti scrivo in prima persona un racconto in cui io mostro chiaramente come io sia implicata in questa vicenda in una maniera assolutamente inestricabile: nella mia narrazione sono una antropologa - diventata antropologa seguendo questa vicenda- che descrive il suo campo, il suo terrain, the fieldwork, e che si accorge via via che il suo campo corrisponde quasi per intero con la sua casa stessa, con i suoi campi e il suo giardino, luoghi di origine. Ed essi sono gli stessi luoghi di origine dei suoi padri e dei suoi nonni e bisnonni –e infatti ne abito la stessa casa- antenati che erano contadini –non imprenditori agricoli- della cui condizione quindi io sono stata erede. In questo racconto scrivo come io sia nata sulle terre di questi contadini, ma per come sono andate le cose, questo stesso oggetto-terra è stato lavorato da loro e da me in maniere assolutamente diverse: loro aravano, io ho lavorato queste terre politicamente, riempendole di documenti, di scritti, di visite di ministri, soprintendenti, senatori, esperti, praticamente traducendo in pratica ciò che Pierre Lascoumes dice a proposito del paesaggio: una natura politicamente lavorata. Una cosa interessante di questa vicenda, tra le altre, e che racconto nel mio resoconto, è stato ritrovare nei documenti traccia precisa di uno dei campi di casa mia. Questo campo si chiamava “la bathìa”, l’abbazia, e documentava le proprietà monastiche dell’abbazia di Follina che aveva insediamenti in queste zone. Nella mia narrazione racconterò le modalità con cui questo piccolissimo campo viene “scoperto” dalla Soprintendenza ai beni Culturali prima e visitato da una commissione interministeriale poi, con opposte valutazioni. Il Ministro Nerio Nesi in visita a questi luoghi non lo abbiamo portato in quel campo, perché aveva piovuto molto, i palù erano fradici e lui era elegantemente vestito di bianco…. La narrazione della vicenda quindi mostra apertamente la mia implicazione in questa vicenda che ha segnato sia la mia storia professionale, attraverso la pratica dell’antropologia della natura - sia la mia storia personale, perfino il mio inconscio che si rivela alle parole della narrazione attraverso i sogni, invasi ormai da anni dai tecnici dell’autostrada, dai picchetti rosso fucsia, dal tracciato autostradale, dai volti dei politici che hanno agito in questa storia e dalla violenza che continuamente ritorna, e che sarà anch’essa presente nella mia scrittura. Questa scrittura ha una sua giustificazione metodologica e disciplinare. Infatti sfrutta i risultati ottenuti con il dibattito innescato da alcuni testi che hanno fatto una parte importante della storia dell’antropologia e segnato una svolta: il libro di marcus e fischer, A. come critica culturale il libro di Clifford e marcus, Scrivere le culture. E poi più recentemente, il libro di Renato Rosaldo cui voglio poi riferirmi, intitolato “Cultura e verità. Rifare l’analisi sociale”. Il mio impegno per l’ambiente come antropologa, ossia la mia antropologia ambientalista o il mio ambientalismo antropologico –come io lo chiamo, e che è per me lo stesso- si basano proprio su una completa presa in carico degli assunti proposti dall’antropologia come critica culturale, del nuovo modo di scrivere le culture e della revisione delle modalità di analisi sociale proposte dall’antropologo Renato Rosaldo di cui parlerò anche successivamente. Quando leggevo questi libri, 10 anni fa, e contemporaneamente praticavo antropologia e ambientalismo, capivo che questi autori stavano descrivendo pienamente la mia situazione. Questi autori parlavano già negli anni ’80 di - passaggio dell’antropologia dalla poltrona al campo - dell’esplodere dei “campi”, via via sempre pià conflittuali, sia a casa nostra che fuori. - di rimpatrio dell’antropologia come critica culturale, a studiare noi stessi più che gli Altri esotici primitivi che un tempo l’antropologia studiava in mondi lontani. - l’esplodere delle periferie del mondo, come il caso del nordest ha fatto vedere. - Di visione delle culture non più come di un museo con capolavori dell’arte ma come di un magazzino pieno di confusione, da districare, da leggere, da valutare, da conoscere - dell’assunzione dell’inestricabile intreccio tra potere, storia e cultura e quindi di politicizzazione e storicizzazione della teoria sociale. Scoprivo che in questi libri stavano descrivendo qualcosa che assomigliava molto da vicinio al Nordest, a quel campo conflittuale in cui io vivevo, in cui mi sono trovata io come molti altri, anche presenti in questa seduta. Il nordest rappresenta bene il campo antropologico per eccellenza della nostra contemporaneità. Oggi il campo di ricerca è per definizione un campo di rappresentazioni conflittuali, in competizione tra loro, in cui lo studioso contribuisce a costruire questo nuovo e complesso spazio. E’ l’approccio a una società attraverso i suoi conflitti a dare le antropologie migliori, oggi. Il nordest è un luogo conflittuale, pieno di opposte rappresentazioni della realtà, di voci marginalizzate (come per es. quella ambientalista) o occultate, pieno di confini trasversali, di cambiamenti repentini che implicano un nostro coinvolgimento molto forte, pieno di contraddizioni. Una periferia del mondo sotto le lenti del mondo. Un frammento, un ologramma di mondo. Il posto in cui siamo oggi, in cui siamo nati, in cui siamo ancora, è un buon luogo per studiare, analizzare descrivere e criticare le culture. E “scrivere le culture” può essere la nostra risposta etica alla conflittualità di questo luogo. E noi qui (o io!!) siamo contemporaneamente o alternatamente soggetti e oggetti di studio, implicati e osservatori, interni ed esterni. Siamo in una forma peculiare, degli antorpologi nativi, che si studiano da sé e si autoanalizzano. Situazione particolarissima ma sempre più diffusa in tutto il mondo. Scrive Rosaldo: “E’ ormai sempre più difficile prevedere chi sarà ad indossare il perizoma e chi invece prenderà in mano carta e penna. A molti è accaduto di impersonare entrambi i ruoli”. Un numero sempre più grande di nativi scrive da sé le proprie etnografie. Antropologi nativi critici culturali, quindi, con tutta la problematica che ne consegue. Quando ho letto queste parole io mi sono sentita pienamente descritta, e ho pensato: questo è il mio caso: sono proprio una nativa, una indigena, un survival people… i palù sono quella foresta primordiale che stanno deforestando per fare l’autostrada e io sono la nativa che lotta contro una autostrada e che contemporaneamente si urbanizza e si scolarizza e per questi motivi può poi scrivere il racconto di questa lotta. Vorrei ora guardare un po’ più da vicino alcune posizioni di Renato Rosaldo , antropologo cicano-americano, autore di “Cultura e verità. Rifare l’analisi sociale”, un autore per il quale le preoccupazioni etiche e l’impegno civile, la ricerca sul campo e la sua resa attraverso la descrizione (di tipo fortemente soggettivo), sono strettamente unite e consequenziali. Egli è un chiaro sostenitore della stretta interrelazione tra biografia e analisi sociale, di un modo diverso di ascoltare il terreno e di produrre analisi sociale attraverso una scrittura pienamente soggettiva. Questo non tanto perché gli antropologi o i geografi o gli storici debbano diventare letterati e scrittori a tutti i costi, o perché possano produrre solo analisi sociali soggettive, quanto piuttosto perché proprio il modo fortemente attivo di vivere l’esperienza di ricerca modifica gli strumenti intellettuali, produce nuove e diverse fonti di conoscenza, rivoluzionando così sia il campo sia il ricercatore. Scrive Renato Rosaldo: “Secondo le etnografie scritte seguendo le norme classiche, l’osservatore distaccato incarna neutralità e imparzialità. Si sostiene che questo distacco dia come risultato l’oggettività perché la realtà sociale può essere messa a fuoco solo se ci si trova ad una certa distanza. […]. Questo approccio sostiene che il ricercatore deve allontanare da sé i pregiudizi dell’osservatore diventando emotivamente, cognitivamente e moralmente simile a una tabula rasa. Tradotto in termini etici […] il mito del distacco dà agli etnografi un aspetto di totale innocenza, allontanandoli dalla complicità con il dominio imperialista” pag. 239. E invece bisogna riconoscere che “Il processo conoscitivo mette in gioco il sé nella sua totalità. Il ricercatore è al tempo stesso soggetto cognitivo, emotivo ed etico. […] Invece di accogliere il distacco come modello unico di oggettività […] nell’analisi sociale bisogna identificare molteplici fonti di conoscenza”. 253-254 “Le etnografie che riescono […] ad eliminare le emozioni intense non solo distorcono le loro descrizioni, ma eliminano addirittura dalle spiegazioni alcune variabili che potrebbero assumere un ruolo essenziale “ nella comprensione dei fenomeni (pag. 51) E’ in questo luogo che possiamo sperimentare, come molti hanno già fatto, quella forma di antropologia che l’antropologo Leonardo Piasere definisce- nel suo libro L’etnografo imperfetto- la perduzione. Il compito dell’antropologo sul campo oggi è secondo Piasere quello della perduzione e la perduzione può essere una forma di ricerca molto utiel nel nostro caso. Perduzione significa . È un concetto che prevede una trasversalità lenta che è necessaria per cogliere e interiorizzare) il significato altrui , è un metodo di ascolto e osservazione che < si concentra nelle soste, negli angoli di mondo>. Sta dal lato della comprende le modalità dell’acquisizione inconscia, del lasciar con procedimenti complessi che coinvolgono tutto il corpo-Io del ricercatore”, quella mente incarnata nel corpo (e quindi nel territorio, aggiungerei io) di cui parla l’autore. La perduzione è quindi il metodo della vita, del vivere una esperienza profondamente e lungamente e intensamente, abbandonando qualsiasi monodimensionalità (il visualismo -quando guardiamo le cose, il dialogismo-quando parliamo delle cose) a favore della sinestesia dei sensi e dell’olismo dell’esperienza. E’ questo metodo che permette di scrivere poi delle etnografie “EMOTIVAMENTE DENSE”, oltrepassando quello che un tempo era la cosiddetta “emotività proibita” nella scrittura delle etnografie, a favore di una emotività tolta dal suo brodo primordiale di tipo emozionale perché le compete piuttosto uno statuto cognitivo, in quanto strumento della mente, del cervello e del corpo socialmente costruito. Senza empatia la comprensione intellettuale stessa è ridotta. Le politiche del territorio stesse hanno bisogno di analisi che non prescindano da questo strumento. C’è un altro punto del testo di Renato Rosaldo che mi interessa mettere in rilievo in modo particolare. Si tratta del racconto della scoperta da parte dell’autore di una comunità trasversale a tutte le altre, entro la stessa società americana in cui l’antropologo vive: la comunità di coloro che avevano subito un lutto. Nel caso di Rosaldo si trattava della perdita della moglie durante lo svolgimento delle loro ricerche, così come lui la descrive nel suo libro. “Nel 1981, Michelle Rosaldo e io iniziammo una ricerca sul campo presso gli ifugao del Luzon settentrioonale, nelle Filippine. L’11 ottobre di quell’anno, Michelle stava camminando luingo un sentiero con due compagni ifugao quando mise un piede in fallo e cadde giù da uno scosceso precipizio per circa trentadue metri metri in un fiume in piena, trovando la morte. “ (apg. 46) “Dopo la morte di Michelle Rosaldo ho improvvisamente scopero “la comunità invisibile di quanti sono colpiti da un lutto, una comunità opposta a quella di chi non aveva sofferto perdite particolarmente significative” (pag. 69) Questa traumatica esperienza porterà Rosaldo non solo ad una personale rielaborazione del lutto, ma anche a dare una interpretazione del fenomeno antropologico della caccia alle teste degli indiani da lui studiati, del tutto ri-esaminata rispetto a quello che aveva scritto precedentemente a questo lutto. Da questa esperienza personale e profondamente vissuta deriverà il riesame dei dati etnografici, il sollevamento di nuovi e diversi problemi metodologici di carattere generale che coinvolgono l’antropologia e le scienze sociali, portando rosaldo ad un completo “rifacimento” dell’analisi sociale erodendo le concezioni un tempo dominanti di verità e oggettività. Mi pare inoltre che queste pagine possano essere interessanti per il tema che oggi si dibatte, poiché per analogia ci permetterebbero di leggere gli ambientalisti come un tipo di comunità trasversale che potrebbe essere il nostro oggetto di studio: la comunità di coloro che soffrono per l’ambiente o che vivono per esso un lutto. Entro questa categoria potremmo riconoscere svariati tipi di soggetti (quelli che si organizzano in comitati ma anche quelli che si isolano, quelli che muoiono di infarto-il crepacuore- quando gli arriva la lettera di esproprio, coloro che si ammalano di depressione, i bambini sprovvisti di strumenti di lettura per leggere i drammi dell’ambiente, gli spaesati a causa delle bonifiche, delle sottrazioni di spazio, dell’urbanizzazione delle campagne ecc, i familiari di coloro che muoiono sulle strade, i rospisti che salvano i rospi nelle loro migrazioni, per finire con i poeti che sempre più numerosi si occupano di questo tema, illuminandone alcuni aspetti). Leggere l’ambientalismo in questa prospettiva ci aiuterebbe forse a spostare l’accento più sulla fase di ascolto, di vissuto, piuttosto che su quello dell’amministrazione dell’ambiente. Ci permetterebbe di comprendere l’incorporamento di queste cose dell’ambiente più che l’attivismo ambientale. Avrebbe anche l’effetto di smorzare il tarantolismo del fare che prende gli ambientalisti tanto quanto i loro “nemici”, darebbe maggior spazio all’attenzione, all’osservazione, all’ascolto, al pensiero, potrebbe spostare l’attenzione degli ambientalisti dai saperi forti cui si appoggiano -biologia, scienze naturali ecc.- allontanando i peggiori risultati di quello che è stato chiamato l’Eco-pouvoir, l’eco-potere, la produzione del vivente e il suo governo attraverso un cammino totalmente tecno-economico. Lìéco-pouvoir è definito da Pierre Lascoumes come la tappa successiva della bio politica. Vorrei parlare di molti altri studiosi che potrebbero darci spunti di riflessione su questi temi, ma concluderò parlando solo di una credo poco conosciuta scienziata, Barbara Mc. Clintock, Premio Nobel per la genetica. E’ interessante leggere la biografia di questa donna, che si è dedicata all’”approfondimento dei segreti della genetica vegetale”, scoprì la “trasposizione genetica”. E fu infine insignita del premio Nobel. Barbara McClintock è un esempio di “come potrebbe essere diversa la scienza”, scrive Fox Keller che ne traccia la biografia, una scienziata considerata una contestatrice visionaria, che occupa nella storia della genetica un posto centrale e periferico, sempre caratterizzato dalla attenzione per la diversità. Una donna “….considerata fondamentalmente una fuorilegge nel mondo della biologia moderna […] perché deviante sul piano filosofico e metodologico”. Il pensiero della McC. parte non tanto dal concetto di adattabilità, quanto da quello di “larghezza e prodigalità” della natura, di ricchezza di risorse, di magnificenza della natura. “Gli organismi posseggono una loro esistenza, un loro ordine che gli scienziati possono appena scalfire……” “al confronto con l’ingegnosità della natura la nostra intelligenza scientifica impallidisce. Ne consegue in via del tutto normale che il “cercare di far quadrare tutto in un dogma prestabilito è vano… Non esiste un dogma centrale in cui tutto può incastrarsi alla perfezione”” 192-3. I suoi atteggiamenti di ricerca implicano quindi il bisogno di “prestare ascolto al materiale”. “Proprio perché la complessità della natura trascende ogni nostra possibilità immaginativa, diventa indispensabile “lasciare che sia l’esperimento a dirci che cosa fare”. La sua pesante critica alla ricerca contemporanea è basata su quella che lei considera una mancanza di umiltà”, una mancanza di ascolto della diversità che è intorno a noi. Il metodo e la filosofia di questa si caratterizza dunque per quel particolare “ascolto dei materiali” di cui possiamo sapere qualcosa attraverso questa testimonianza. “ «gran parte di ciò che si fa, si fa perché si ha bisogno di imporre una risposta: il ricercatore ha la risposta bell’e pronta e sa ciò che vuole che il materiale gli dica, così che tutto ciò che il materiale non gli dice è come se non ci fosse, oppure il ricercatore pensa che ci sia un errore e getta tutto dalla finestra… se invece si lasciasse parlare il materiale…. […] se il materiale ti dice “potrebbe esser così”, tu devi tenerne conto: non buttarlo via, parlando di eccezione, di aberrazione, di contaminazione…. ». […] quando i ricercatori trascurano la diversità del materiale, e continuano a definirla eccezione, aberrazione, contaminazione, le conseguenze sono costosissime: «[i ricercatori] perdono a destra e a sinistra ciò che sta accadendo»pag. 193 «Non ci sono due piante esattamente uguali. Sono tutte diverse e, di conseguenza, bisogna conoscerne la differenza. Io comincio dalla plantula, ma non mi fermo lì. Mi pare di non poter conoscere l’intera storia se non continuo a osservare la pianta nel suo sviluppo. E così conosco ogni pianta del campo. E le conosco tutte intimamente, ricavando un gran piacere dal conoscerle». Da giorni, settimane e anni di paziente osservazione nasce quel che potrebbe sembrare una fortunata ispirazione: «Quando vedo le cose posso interpretarle seduta stante». Come ha detto un suo collega, il risultato è l’insolita capacità di scrivere l’«autobiografia» di qualsiasi vegetale con cui la McClintock entra a contatto” 195. Quando McClintock usa il termine amore, nella descrizione delle sue ricerche, lo fa per definire non un sentimento ma una forma di attenzione, una forma di pensiero Concludendo: Evidente dunque che tali tipo di metodi di ascolto empatico, soggettivo, intenso, attento all’ascolto delle voci più che alla elaborazione di modelli, questi metodi da sempre pagano un prezzo altissimo per esistere, anche tra le personalità più eminenti del nostro secolo e anche tra gli scienziati. Ma hanno il pregio di portare a risultati migliori, o almeno più completi, di lunga durata e quindi, anche se a volte personalmente vorremmo sottrarci a questo coinvolgimento, sappiamo però che esso è di fondamentale e discriminante importanza proprio dal punto di vista cognitivo, intellettuale, e metodologico. Grazie dell’attenzione.

(relazione presentata al convegno "studi territoriali, eticità e censura", venzia 12 aprile 2007)

Dal mio manoscritto inedito:

brano n.1

E così quando 19 anni fa una sera ci riunimmo a casa di Pietro, (una casa in mezzo ai palù), ad ascoltare un amministratore che apriva grandi fogli e spiegava che una grande strada sarebbe passata su queste terre, fu normale che in mezzo a quei contadini mi trovassi anch’io, con mio padre, ad ascoltare questa nuova storia. L’amministratore spiegava che erano decisioni ormai irrevocabili, che bisognava comportarsi bene, che “non dovevamo accoglierli con il forcone”, i coltivatori di strade, quando sarebbero arrivati, di lì a poco. Diceva che l’amministrazione avrebbe chiesto come compenso del danno la costruzione di un velodromo. Intanto lui ci avrebbe tenuto aggiornati. I contadini dicevano qualcosa sommessamente, tra loro, senza ascoltare l’amministratore, guardando fissi la grande carta spiegata: - Che strano, la strada taglia tutte le terre di traverso. - La pasa de travèrs Ora che vi si era adagiata sopra, dritta dritta, larga larga, all’improvviso appariva, nei grandi fogli dell’amministratore, come le terre fossero allineate secondo un preciso motivo, assecondando il corso delle acque, che avevano un ordinato percorso. Terre allineate, fossi ordinati; direzione: verso il mare. La strada intersecava tutto, tagliando le terre e le acque di traverso. Solo ora, con il disegno della rigida strada sulle terre, appariva in traluce il pensiero che aveva organizzato quei luoghi. Una cosa curiosa. - la passa proprio de travèrs, vardha. Di traverso a cosa, passava? I contadini nominavano i palù. La strada era prevista sopra i palù, lontana dalle case. Non ci sono case nei palù. Cominciarono a dire che, meno male, almeno non passava sopra le case, e cosìsia. Mio padre disse che non avrebbe mai creduto che una strada così larga potesse accamparsi nella sua terra: c’era sempre sembrata così piccola, la sua terra, e ora venivamo a sapere che poteva contenere una enorme autostrada. Credo che mio padre abbia pianto, quella notte. Perché ho pianto anch’io. La settimana dopo, l’amministratore comunale propose di andare a Venezia a sentire sulla questione un assessore regionale del suo partito, per avere qualche informazione. A Venezia, l’assessore regionale ci ricevette, ci spiegò e ci tranquillizzò come un buon padre di famiglia, ci consegnò un foglietto che conservo ancora oggi, 19 anni dopo l’annuncio di una strada che si dava per imminente, 19 anni dall’inizio della storia della strada sul tabù: “Il progetto di massima è stato recentemente approvato dalla Regione Veneto (parere d’intesa ex D.P.R. 616/77 art.81). La Società concessionaria del tronco, Autovie Venete S.p.A. di Trieste, ha già avviato una campagna geognostica, nonché il rilevamento aerofotogrammetrico del territorio interessato dall’opera, necessari a dare finita la progettazione esecutiva, che occuperà larga parte del 1986. L’appalto delle opere potrà presumibilmente aversi verso la fine del 1986-inizio 1987; la durata dei lavori può stimarsi all’incirca intorno ai 4-5 anni”. (Venezia, primavera 1985). Dico a mio padre: consultiamo un esperto. Mio padre mi dice: ci sono i sindacati degli agricoltori. Gli dico: il caso è grosso, la questione è rilevante. Mi dice: non serve, se il popolo ha deciso che la strada deve passare sulla mia terra, vuol dire che deve passare. Gli dico: dobbiamo saperne di più, potrebbero esserci delle alternative. Mi dice: non voglio, sono cose politiche. Gli dico: sbagli. Mi dice: la terra è mia, si fa come dico io. Pochi giorni dopo, al ritorno dall’Università, trovo un paio di operai nel cortile di casa mia, hanno appena terminato il loro lavoro: abbiamo dovuto prendere delle misure, noi siamo solo esecutori, so che non è bello per voi, abbiamo fissato dei paletti, piantato un caposaldo. Così un pomeriggio d’autunno, senza avviso né preavviso, avevano piantato sul marciapiede di casa mia il caposaldo CS44. Un grosso chiodo di ottone, con un cerchio rosso attorno, tracciato a mano dai primi coltivatori di strade che io abbia incontrato. Il giorno dopo all’Università racconto questi episodi ad alcuni amici. Due sere dopo fondiamo il “Comitato contro l’A28”. La domenica successiva siamo in piazza a distribuire volantini ciclostilati e a raccogliere firme contro l’autostrada numero ventotto Conegliano Pordenone. Sosteremo in tutte le piazze dei paesi coinvolti, presso tutte le chiese di compagna, tutte le domeniche, prima e dopo le messe, per tutta l’estate del 1985. Entrando in chiesa, i contadini, le loro mogli, le loro donne ci guardavano, deridevano, sorridevano: - Inutile pisciare contro vento - I pesci grossi hanno già deciso - Ve la fate nelle calze. Ma all’uscita firmavano. Iniziava così una storia nuova, diversa, inaudita, la storia della strada sul tabù. Iniziava nelle piazze delle chiese. Una storia lentissima, con molti lunghi silenzi, fruttuosi di maturazioni personali, alternati a concitazioni procedute a salti, microeventi totali: un decreto interministeriale che sta per essere firmato, una commissione in visita a questi luoghi, un ufficio che richiede documenti, le osservazioni al progetto autostradale da scrivere entro pochi giorni. Una storia piena di microstorie, in una cronologia a spirale, che ha ripetuto tre volte un procedimento amministrativo in sé unicum (la Valutazione di Impatto Ambientale), ha visto quattro soggetti opposti raccogliere firme sullo stesso oggetto-strada, ha portato per tre volte questa storia al Consiglio dei Ministri, ci ha consegnati alternamente alla vittoria e alla sconfitta, alla visione e all’oscuramento, all’illuminazione e al sonno obnubilante. Una storia non facilmente decifrabile, sparpagliata in mille ragioni: un po’ di politica e di sciatteria, un po’ di errori e di stupidità, un po’ di interessi e di conformismo. Una storia di poteri e follia. Di potere sovrano e vita nuda. Di amore e disamore. Per questo è stata una storia, ed è ora narrabile. Una vicenda piena di parole, un fracasso che ha coperto altre voci. Un ologramma, perché questo frammento di terra e questa strada che mi hanno impegnata per due decenni ben rappresentano quello che sta succedendo nel mondo intero, contengono un universo.

(Nadia Breda, inedito, marzo 2007)

brano n.2

I 19 anni passati ad occuparmi della strada, i 19 anni in cui la strada mi ha occupata, mi hanno costretta al percorso inverso: gli ambientalisti mi hanno fatto scoprire che abitavo sulla linea delle “risorgive” e per questo preciso motivo idromorfologico abbiamo costretto la strada ad arretrare, nel 1997. Poi insieme abbiamo scoperto e studiato il paesaggio dei palù. Infine -da sola- sono ritornata nelle sère a guardare attentamente quel che succedeva lì, discosta ma non staccata dai palù, proprio come gli uomini antichi. Ero nelle sère a vedere l’arrivo della strada, prima il picchettamento, poi lo stupro completo, giorno dopo giorno. Ero nelle sère a cercare gli uomini antichi che qui avevano costruito questo mondo, e costruendolo avevano messo di mezzo anche me. - Perché mi avete tirata in mezzo, voi e le vostre terre, perché non mi lasciate in pace? - …. - Perché non fate voi qualcosa? - …. - Ve ne state belli belli nei vostri paradisi? E qua? E qua, guardate…. - … - … - salvatevi da sole, terre, se siete capaci… - ……. Ero nelle sère a scrivere “storie e strade”, per una bambina che piangeva: - scrivi scrivi mamma scrivi prima che la facciano, (che così forse sapranno e sapendo capiranno e capendo non la costruiranno) - non posso più illuderti, ho lottato tanto, non ce l’ho fatta (hanno saputo ma non hanno capito, non vogliono bene alla terra, loro, agli alberi, alle acque….) - non voglio non voglio, il mio cuoricino si spezza. - la costruiranno…bambina mia… ti aiuterò…. - io la distruggerò la distruggerò - … - …. - ….. Bambina che non sarà mai una coltivatrice di strade! Per riappropriarmi delle acque, ho dovuto praticarle nella mente e nel cuore per anni. Alla fine diventarono la grammatica dei miei sogni. Nei sogni tornava la mia nonna antica, e le acque con le loro anime, e poi le terre…. e una bambina… Sogno che mi incammino per i campi, dietro la casa rossa, è mattino, le ombre lunghe delle siepi giù in fondo, in pieno rigoglio- è estate- fanno sembrare questi campi alberati una foresta. Sento fresco, il sole è limpido e forte, c’è benessere, bellissimo. Una donna anziana alza il volto dal campo in cui è chinata a raccogliere verdure: è la nonna, vecchia e giovane, piegata e forte. Mi chiede parlandomi come non mi conoscesse più: “Cosa fai qui?”. Rispondo con solennità e gioia : “Sono venuta a vederti lavorare la terra!”. Desiderio di incontrarla, di vederla, di essere assorbita. Comincio a sentire una forza che mi attrae verso questa donna, con forza e dolcezza; anche lei subisce la stessa forza e viene verso di me. Mi sta prendendo, mi vuole prendere. Vado senza camminare verso le siepi. Sono umide, fresche, freschissime. Guardo verso sinistra, verso i campi delle fontane, vedo un muro con arbusti, quasi sommerso di vegetazione, di siepi. Lì, nel muro, sgorgano quattro fontane in posizione simmetrica, con fiotto rotondo e forte e rumoroso. Suono d’acqua, la loro acqua è limpida, con sabbia. Ma la fontana in alto a destra è diversa dalle altre: lì sgorga sangue. Soffro. Nonna ed io la guardiamo, senza dire nulla. La forza ci spinge entrambe in quella direzione, comincio ad avere paura, ora la nonna è morta, dura e rigida ma forte, siamo attirate verso la fontana che sanguina. Poi piano piano la forza si attenua, torniamo entrambe sciolte e vive, ma la nonna gira a sinistra e se ne va, in silenzio. Io respiro, guardo ancora le quattro fontane. Sono in mezzo ai campi e sono viva (28.1.1999)

(Nadia Breda, inedito, marzo 2007)

 
Di nadia (del 01/03/2007 @ 17:52:18, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 119 volte)
oggi qualcuno è venuto a fotografare il picchettaggio della terra. Molti crocchi di persone che guardavano e parlavano.
 
Di nadia (del 26/02/2007 @ 12:12:38, in Autostrada A28 Conegliano-PN, linkato 163 volte)

 oggi picchettano

.........molte persone hanno pianto....

 
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05/09/2010 @ 22.23.34
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Titolo

Breda Nadia. Palù
Cierre edizioni

collana: ETNOGRAFIA VENETA
formato: 14,5 x 21 cm - 264 pp.
ISBN: 888314100
prezzo: 14.50 €



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