|
Ecco gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Di nadia (del 06/02/2010 @ 11:55:17, in ACQUA, linkato 95 volte)
é sempre una questione di acqua, questa volta in musica..... ascoltate il maestro Omar Zanette, pianista classico e jazz, con una composizione sua.... di acqua.....
http://www.youtube.com/watch?v=fipAOtHrYlw
http://www.youtube.com/watch?v=fipAOtHrYlw
Di nadia (del 18/05/2007 @ 10:59:30, in acqua, linkato 807 volte)
«L’uomo che beveva con le foglie».
Etnografia dell’acqua per un ecomuseo. Una breve narrazione
A Gianfranco Bettega
Eravamo seduti al grande tavolo della sala consigliare del Municipio, a Canal San Bovo (TN), il giorno in cui abbiamo saputo che l’anno 2003 era stato dichiarato Anno Internazionale dell’Acqua. Abbiamo esultato, dopo una grigia conferenza e una noiosa riunione. Già da due anni eravamo incaricati dall’Ecomuseo del Vanoi di svolgere ricerche sul tema dell’acqua e il 2003 sarebbe stato l’anno della consegna dei nostri lavori . Lavorare sull’acqua è affascinante, infinito, complesso, e cambia la visione della vita. Lo stimolo a lavorare su questo tema da parte di una istituzione quale l’ONU è un incoraggiamento politico. Di politica ce n’è voluta anche per questa ricerca sull’acqua per un ecomuseo: la sensibilità di un ricercatore locale, che ha incontrato lo spirito critico di un amministratore, ha portato al coinvolgimento di un’antropologa, una sociologa e uno storico nella ricerca, iniziata come ricerca territoriale, per la catalogazione — conservazione-trasmissione del patrimonio dell’Ecomuseo del Vanoi . Mi trovo meglio con i piedi in campagna, o al mare; la montagna non è una mia passione: l’ombra mi deprime, le ferrate mi spaventano, la solitudine mi minaccia. Ma i miei piedi sono consueti all’acqua, la sento il mio elemento, e allora accetto l’incarico, pensando che avrei amato questa ricerca.
1. L’uomo che beveva con le foglie
Durante la ricerca sul campo , nell’estate del 2002, incontriamo un anziano di Caoria che ci mostra come beveva l’acqua del torrente Vanoi: raccoglieva una foglia di préna, una comunissima banale infestante erba igrofila (Petasites sp.) che si trova lungo i torrenti. L’accartocciava a forma di cono, prendeva l’acqua, beveva. E’ un uomo nomade nella montagna, questo uomo che incontriamo, uno di quegli uomini che sulla terra viaggiano leggeri, che si portano addosso solo l’essenziale, e l’essenziale spesso è un’arma, un coltello, una lama. Uno di quegli uomini rudi raffinati, che sanno instaurare un rapporto tra sé e le piante, tra sé e l’acqua, ed invece di lappare si fermano all’ombra dei boschi a raccogliere uno stelo, e sullo stelo una foglia grande (così grande che con essa si coprivano il capo quando pioveva), compiono un gesto inusuale, per bere l’acqua con una foglia. Non si fermano a pensare se la pianta che stanno raccogliendo è una specie protetta, se i regolamenti forestali ne consentano la raccolta, se le guardie controlleranno quello strappo. Lui è un uomo che beve l’acqua con le préne, così si faceva, così lui fa e così forse nessuno farà più. La nomadicità emerge come un tratto caratterizzante la popolazione di questa valle, un nomadicità in verticale, come quella delle popolazioni andine, che si realizzava in giornata e con un ciclo stagionale complesso, proponendo al visitatore un complesso percorso ad anello costruito sulla nomadicità e sui gesti quotidiani di queste popolazioni montane . A noi quel gesto che unisce acqua ed erba è parso ricco di significati. Forse perché veniamo dalla pianura, dalla città o dalla campagna, forse perché siamo imbottiti di ambientalismo e di letterature. A noi quel suo gesto ha detto qualcosa: che si può bere senza portarsi dietro il bicchiere di plastica e riempire i boschi di vasellame plastificato; che ci sono gesti che per noi sono nuovi e ci piacerebbe impararli; che quel gesto ci insegna a guardare e conoscere almeno una delle erbe della montagna, a dargli un nome. Gesti antichi per un nuovo ambientalismo, antropologico . In autunno ci chiedono di filmare questo gesto, che abbiamo segnalato nella relazione intermedia della ricerca con una “scheda delle componenti”, lo schedario nel quale inventariamo tutto ciò che concerne l’acqua e gli uomini, in questa valle, come dovessimo costituire un magazzino. Non si può più rivedere quel gesto, il nostro informatore è morto. Cerchiamo qualche foto negli archivi del Parco di Paneveggio, forse qualcosa è rimasto.
2. Il patrimonio
2.1. Per una memoria critica degli eventi alluvionali
Il bambino col fiore in bocca
Ci racconta una donna di Caoria che quando ci fu l’alluvione l’acqua si portò via un pezzo di cimitero. Galleggiavano le bare sull’acqua. Passò una bara con dentro un bambino con il fiore in bocca, così come era stato seppellito.
Gli animali che non volevano attraversare il ponte
Gli animali sentono in anticipo, rispetto agli uomini, gli eventi catastrofici. Anche quelli alluvionali. E da sempre si racconta di come essi si affannino a cercare di mettere in guardia gli uomini riguardo a qualcosa che sta per accadere. Raramente gli uomini ascoltano. Un giorno le mucche di due fratelli si rifiutavano di passare sul ponte: il torrente era grosso, rumoroso, minaccioso. I due contadini insistettero, le spingevano con forza, volevano passare a tutti i costi. Il ponte crollò trascinandosi uno dei due fratelli, che annegò.
La val che urla
Acque eccessive, anche in montagna, ce ne sono. Eccessiva, eccedente, furiosa fu quella delle alluvioni, delle quali quella del 1966 ha lasciato i ricordi più vivi (ma fu preceduta da quelle del 1889, del 1882, del 1825-27, del 1748… in una impressionante sequenza di disastri ). Ognuno, in queste valli, racconta qualcosa di quella alluvione, e i più giovani raccontano quello che raccontavano i più anziani. La val che urla -il fiume che urla- è uno dei saperi sull’acqua che segnaliamo nella nostra ricerca etnografica con “priorità alta, rilevanza fondamentale, vitalità ecomuseale ampiamente possibile”. Abbiamo scritto una scheda intitolata al fiume che urla. E’ questa una delle immagini con cui la comunità locale ci parla delle piene, delle alluvioni, degli ingrossamenti pericolosi del torrente, a volte innocui, spesso dannosi. La valle che urla è il fiume antropomorfo che parla agli uomini di queste comunità con una presenza sonora: urlando. Per questo, in occasione delle piene, in questi paesi si era particolarmente all’erta e di notte si vegliava il torrente per dare l’allarme in caso di pericolo. E per sorvegliare le piene, non essendoci illuminazione elettrica, si ascoltava il fiume. Se urlava era pericoloso. Una valutazione empirica? Una componente -quella sonora- mescolata a misurazioni più precise delle portate? Recentemente il torrente e i rivi minori sono stati “imbrigliati”, con una serie di briglie e argini che dovrebbero ridurne la pericolosità. Gli abitanti locali però sentono ancora la valle che urla, e la ricordano. Ce ne parlano .
Il crollo della chiesa
La valle urlò nel 1825 e si portò via la chiesa parrocchiale di Canal di Sotto, dopo aver distrutto anche il cimitero. Nella furia delle acque, i canalini riuscirono a trarre in salvo gli altari della chiesa, abbattendo l’abside mentre se ne andava via con le acque. Non riuscirono mai più a ricostruire la loro chiesa a Canal di Sotto. L’evento alluvionale scatenò una crisi sociale la cui portata si risente ancora oggi: esasperazioni di campanilismi e localismi, rivincite e competizioni si espressero nel rifiuto delle comunità vicine ad aiutare i canalini a ricostruire la loro chiesa. Per tutto l’800 e il 900 i canalini si indebitarono e pagarono di propria tasca la ricostruzione di una chiesa posta più in alto che contenesse gli antichi altari salvati dalle acque; diari dei parroci riportano con sdegno e costernazione il rifiuto dell’aiuto; la nuova chiesa perse il titolo di parrocchia, che le comunità contermini si accaparrarono. Fu così che un evento alluvionale fu forse occasione per cancellare un cuore territoriale e che l’unità di valle fu persa, come si sente ancor oggi .
La lontra che liberò il lago
Acque eccessive sono anche le acque mitiche. Troppa acqua, acqua estesa che formava un lago, ricopriva il fondovalle, impediva la fondazione. Fu la lontra, qui, a scavare la montagna e a causare così il deflusso delle acque, consentendo la fondazione dei paesi nel fondovalle. Dovrebbero essere orgogliose, queste comunità, di possedere un mito di fondazione, e che all’origine del mito ci sia un racconto sull’acqua e su un animale. La lontra oggi è una specie estinta, anche se periodicamente si annuncia qua e là la sua ricomparsa. Suoni per i terreni umidi Acque eccessive sono anche in quei pochi luoghi paludosi che pure anche in montagna ci sono, e conservano un nome tipico del triveneto, palù. E sono eccessive le acque dei terreni umidi, delle torbiere e delle zone poco drenate. Qui li denominano tarén cèch, aggettivato con un termine intraducibile, onomatopeico: cèch - cèch, il suono dei passi sul terreno imbibito. Infine, la valle canta, in primavera, quando si sciolgono le nevi, o quando l’acqua scorre abbondante. Scrive Elias Canetti, ne Il frutto del fuoco: “Sono molte le immagini di cui abbiamo bisogno, se vogliamo avere una vita nostra”. Sono tante le parole, le frasi, le immagini, con cui questa comunità parla delle acque in montagna, anche di quelle eccessive, prime tra tutte le alluvioni. L’etnografia che abbiamo stilato mostra che non occorre andare lontano per trovare parole per esprimersi, immagini per pensare, suoni da sentire. La ricerca etnografica deposita nel magazzino dell’ecomuseo alcune di queste parole per l’acqua, cosciente che esse potrebbero moltiplicarsi: potenzialmente, ogni cittadino dell’ecomuseo è un possibile informatore. Un patrimonio consistente di narrazioni sull’acqua potrebbe costituire una memoria critica delle alluvioni meno scontata delle ricorrenze commemorative ufficiali, spesso svuotate di senso. Una memoria critica che facesse tesoro anche di queste immagini risulterebbe più connessa ad una elaborazione critica del rapporto antropizzazione/naturalità, più conscia delle regimazioni imposte alle acque, dei prelievi dissennati (invisibili ma potenti), dei rischi inevitabili e di quelli evitabili (con accorta gestione territoriale), delle oppurtunità di regimazione e di quelle di rinaturalizzazione. Una memoria critica che possa incontrare le tematiche dell’ecologismo, dell’urbanistica, della socialità, della storia. “Il patrimonio è costituito, in questo caso, da una serie di tracce e fonti che vanno valorizzate in vista del mantenimento critico della memoria degli eventi alluvionali, delle loro cause e dei loro effetti. La salvaguardia di questo patrimonio può avvenire solo attraverso un’ampia partecipazione alla memoria collettiva di tutte le fasce generazionali. La comunicazione dovrebbe essere facilitata soprattutto tra chi questa memoria conserva (gli anziani) e chi non può averla (i giovani e i non locali), non come facile operazione di rievocazione periodica (il 4 novembre) ma come costruzione di una coscienza critica, olistica e condivisa attorno al nodo problematico della gestione del territorio, della sicurezza del regime naturale delle acque” . Le immagini che l’etnografia consegna a questa comunità, parlando delle alluvioni, delle acque cattive, eccessive, distruttrici, dicono anche molto di più: parlano della paura del morto che ritorna, della paura per la vita, rappresentata dai bambini, parlano dei suoni presenti che costituiscono un’identità sonoro-paesaggistica del luogo, parlano delle origini e della fatica della fondazione. Parlando, ci arricchiscono di immagini che vanno al di là della politica territoriale o della geopolitica, portandoci verso un mondo più ricco, dove acqua non è solo territorio, manufatti, gestione, ma anche simboli, immagini, parole, suoni. Andrea Zanzotto, da un paese vicino, dalla Regione confinante, parlava recentemente del paesaggio negato, dei nemici dell’ambiente, in Veneto. Il convegno a cui partecipava concludeva con una proposta provocatoria e per nulla insensata: sostituire gli uffici tecnici con artisti, sostituire gli assessori all’urbanistica con poeti, filosofi, scrittori, sostituire gli architetti con i letterati…
2.2. Acque eccessive, acque mancanti
Acque mancanti in montagna? Può la montagna, sorgente delle sorgenti, essere priva di acque? Le acque possono sparire anche in montagna? Si sta andando verso l’inaridimento della montagna? Un nostro interlocutore ci racconta che l’ultima alluvione ha sconvolto le sorgenti: dove prima c’erano acque risalenti ora c’è il secco. Un altro interlocutore ci spiega che anche la centrale elettrica ha sconvolto le acque, inaridendo luoghi di acqua, prosciugando alcune sorgenti. Anche i laghi scompaiono: coerenti con la morfologia della catena del Lagorai, ma fuori dallo sguardo quotidiano delle comunità, essi vivono dislocati, costituendo una importante risorsa naturale di acqua dolce e di paesaggio. Vivono: sono fragili e volubili, nascono e muoiono, come il Lago Nuovo, prodotto e causa di rivolgimenti naturali e sociali che hanno profondamente segnato la vallata e le comunità, venuto e poi scomparso . Infine, la sociologa che cura la ricerca sulle organizzazioni comunitarie preposte all’acqua, ci segnala un “Piano delle fontane” stilato dal Comune, in cui era contenuta la proposta di riordino e riorganizzazione delle fontane. Le fontane, anche in questa vallata, sono il centro funzionale, il luogo di aggregazione primaria dei colonèi, piccoli aggregati rurali che stanno alla base della struttura insediativa e sociale della valle. La fontana ne era il baricentro, oltre ad essere l’unico luogo pubblico, oltre alle strade. Spesso al suo fianco c’era un capitello, a sottolineare una relazione tra acque e sacro. Il Piano delle Fontane prevedeva snellimenti, sistemazioni delle fontane con parcheggi per auto, demolizioni, rifacimenti. Anche le fontane possono sparire. I cittadini si sono opposti, scrivendo lettere, presentando petizioni, raccogliendo firme, offrendo alternative. Mobilitati per salvare le loro fontane.
3. Le proposte
3.1. Prestare “attenzione” all’erba
Osservo l’erba, l’erba comune, una erba comune, qualsiasi, qualunque: la préna, per esempio. L’anima di ambientalista disperata che mi emerge mi sobilla a proporre che queste erbe siano dichiarate “protette”, specie segnalata, specie a rischio di estinzione, nella “lista rossa”, nei Siti di Interesse Comunitario. Ma poi mi oppongo al concetto di “protezione” per optare a un più ampio, umano, caldo concetto che assomigli al “porre attenzione”, all’esercitare attenzione: nei minimi particolari, esercitando i cinque sensi, esplorando la storia, le scienze, le arti. Propongo che si eserciti attenzione verso una specie erbacea, per il suo valore antropologico. Per l’unicità di questo gesto –bere l’acqua accartocciando una foglia di préna- perché lo compivano gli uomini di questa comunità, perché questo “gesto” è corporeo psicofisico emozionale e carico di significati. Se questa ricerca servisse almeno a creare una zona di protezione delle préne avrebbe raggiunto il suo scopo scientifico e politico. Ci vuole politica, ora, dopo la ricerca, per realizzare questo piccolo minimale progetto. Ci vorrebbe una scelta dell’Ecomuseo. Porre attenzione all’erba: secondo me la comunità locale ne sarebbe contenta e l’ambientalismo avrebbe fatto un passo in avanti. Forse passeremmo da una presuntuosa “educazione ambientale”, attraverso la “responsabilità ambientale”, all’ ”arte ambientale”.
3.2. Prestare “attenzione” alla presenza sonora dell’acqua
La val che urla ci è sembrata da subito l’immagine più pregnante da censire-conservare-trasmettere, tra tutti i saperi locali sull’acqua. E’ attraverso questa immagine, questo torrente umanizzato, dotato di voce-urlo, che dispiega la sua minacciosità, che viene tramandata localmente la memoria delle alluvioni, che viene percepita la presenza cattiva del torrente, che muove all’azione, che attiva a proteggersi. E’ una immagine feconda : viene da pensare a Guernica di Picasso, alla poesia sulla fontana di Palazzeschi, ai bambini che amano urlare e che quasi mai, rinchiusi negli appartamenti, possono farlo. Proponiamo questa preziosa immagine alla comunità locale come suo proprio patrimonio dell’acqua. Con questa immagine si possono costruire svariate azioni culturali: percorsi per parlare della paura e delle modalità di esprimerla, per conoscere le paure degli altri, le sue varie forme, la sua storicità. Percorsi attraverso i suoni, da quelli umani a quelli animali, per ri-scoprire così che anche le acque hanno suoni per comunicare con noi: il torrente urla e canta, i terreni umidi producono suoni, l’incontro di vento e acque ne produce altri ancora, così come il rumore delle acque d’inverno è diverso da quello primaverile. Questo è quanto ci dice l’etnografia dell’acqua, ma alla stessa conclusione è arrivata anche la ricerca territoriale: le cascate, per esempio, come alcune specie viventi stanno per scomparire . I prelievi idrici le cancellano letteralmente, il loro numero è costantemente in decrescita, la percezione della loro presenza sta per cessare. Le briglie, invece, “cascate artificiali”, sono innumerevoli: nel territorio indagato sono più di 250, contro le sole 10 cascate, un rapporto naturale/artificiale di 1:25. La briglia, espressione dell’esigenza di protezione degli insediamenti umani e delle infrastrutture poste lungo le aste torrentizie, ridisegna letteralmente il corso d’acqua, sia dal punto di vista biologico ( in quanto barriera insuperabile in salita) sia dal punto di vista visivo (assumendo il torrente una nuova artificiosa suddivisione ritmica segnata da poderose muraglie) sia dal punto di vista acustico. Percorrendo le strade arginali in prossimità delle briglie si percepisce nettamente il ritmo che queste imprimono al torrente; collocandosi ai piedi di una qualsiasi grande briglia del Vanoi si è letteralmente sopraffatti dal fragore prodotto dalla cascata . Ci rendiamo conto che la preziosità è nei suoni, alcuni dei quali, quelli più naturali, stanno per scomparire: un’acqua muta non ci piacerebbe. Ci vuole una “via dei canti” delle acque. Un percorso -a piedi- per ritornare a sentire i suoni delle acque: sentieri di arroccamento che portino ai piedi delle singole cascate, riportare le cascate al ciglio stradale, magari sottolineandone la forza acustica, megaschermi con riproduzioni sonore, accompagnamenti del visitatore, testimonianze, parole delle acque, giornate dei suoni delle acque. Emerge, prioritaria, la necessità di protezione della presenza sonora delle acque. La narratività dell’acqua ben si presta a forme di analisi che contemplino un’esplorazione a tutto campo delle sue espressioni: vale la pena fare uno sforzo per affinare specifici strumenti in questo senso.
3.3. Lissivère: luoghi per uccidere un animale
Le lisciaie (lissivère) sono la naturale evoluzione delle fontane, cui veniva aggiunto il fuoco per scaldare l’acqua per alcune operazione periodiche, come fare la lìssia (il bucato) o uccidere il maiale . L’unione dell’approvvigionamento idrico al focolare ha portato, per ragioni di funzionalità e risparmio energetico, alla copertura e alla chiusura della fontana entro un apposito fabbricato. Vi si riduceva la frequenza d’uso (non più l’abbeveraggio quotidiano del bestiame, per esempio) ma si allargava il bacino d’utenza (non più il singolo, ma l’intero colonèl, o abitato). Le funzioni che le lisciaie espletavano a servizio dell’insediamento sono oggi quasi del tutto decadute a seguito dell’introduzione della lavatrice casalinga e dell’abbandono dell’allevamento familiare dei suini. Proponiamo che si riattivi, periodicamente e cerimoniosamente, il rito dell’uccisione del maiale. E’ una proposta provocazione che allibisce: che vi siano invitati i bambini e i giovani, le donne e gli anziani, i vicini e i lontani. Che si riascolti l’urlo del maiale prima della morte, che si guardi il coltello affilato rigirarsi alla ricerca del cuore, che si assista allo smembramento. “Dicono che il maiale sa quando lo uccidono ma io non credo perché lui ci faceva festa e gironzolava e saltava con noi e io non mi sono mai accorto che il porco aveva capito che lo uccidevano. Quando era arrivato il giorno partivano in quattro e venivano a prenderlo […] lo portavano nella stalla e dopo partiva mio nonno che era l’esperto uccisore […] quattro lo tenevano per le gambe e uno per il collo e mio nonno lo trapassava con una baionetta, un residuato di guerra ma affilata come un rasoio, gliela conficcava nel collo e siccome non trovava subito il cuore perché non erano esperti, anche se dicevano di esserlo, faceva muovere questa baionetta conficcata fino a che trovava il cuore…” Io penso che forse, forse, da questo atto e da questa partecipazione, potrebbe riprendere senso il dibattito sulla morte in diretta cui siamo costretti ad assistere ogni giorno via televisione, narcotizzandoci alla sofferenza, al senso del corpo vivo, alla morte. Potrebbe riattivarsi anche il dibattito sulla gestione dei corpi animali, sulla loro sofferenza per produrre “proteine” per i paesi ricchi del mondo, sul senso della fratellanza di uomini e animali .
3.4. Meno ovvio di un ponte
Se si supera il concetto di ponte si incontra quello più ampio di “intersezione”, di “incontro-attraversamento” dell’acqua da parte dell’uomo, si vedono cose meno ovvie delle architetture: gli attraversamenti dell’acqua a pelo, per esempio, fatti di sassi grossi disposti di traverso alla corrente, attraversamenti difficili, pericolosi per i bambini, occasionali, effimeri. Si vedono intersezioni “sotto” il pelo dell’acqua, guadi pressoché invisibili, che sparivano ad ogni mutare della portata dell’acqua, che si tramandavano per via di minimali segni e di memorie effimere. Martoriati erano gli attraversamenti del torrente Vanoi verso Ronco: il vecchio ponte di San Bartolomeo, cui subentrò il ponte del Broccon, asportato nel 1966 dall’alluvione e poi sostituito dall’attuale (uno delle 330 intersezioni tra viabilità e corsi d’acqua). Storie di ponti e intersezioni.
4. L’Ecomuseo ancora non c’è
4.1. L’etnografo resta un magazzino solitario Abbiamo lavorato per costituire un magazzino di saperi naturalistici locali sull’acqua. Un magazzino di quello che qui la comunità ha costruito con l’acqua. C’è da lavorare, per costruire e ricostruire “un principio di autoregolamentazione fondato sulla percezione rispettosa, interiore, dell’autorità immanente alla più umana, alla più indispensabile delle risorse naturali” . Consegniamo il magazzino. Ancora una volta, il nostro lavoro ha qualche aspetto di urgent anthropology, nella paura di perdere l’ultimo gesto, l’ultimo attrezzo, l’ultima informazione e l’ultima informatrice. Depositiamo il magazzino che abbiamo creduto di costituire in abbondanti file di dati incrociati, emersi da quattro ricerche coordinate. In ogni premessa c’è un accorato appello affinché la ricerca continui, perché ha bisogno di essere affinata, proseguita, seguita, accompagnata. Non abbiamo raccolto sufficienti informazioni riguardo ad una particolare acqua simbolica: l’acqua della maternità, della gravidanza, del parto; non abbiamo abbastanza narrazioni riguardo alle sorgenti e al loro folklore; potrebbero moltiplicarsi i racconti e i ricordi delle alluvioni. Dov’era il ponte che le mucche non volevano attraversare? Qual è la montagna che la lontra scavò? Dov’era il cimitero portato via dall’alluvione? Dove potremmo trovare ancora un “terreno che fa céch céch”, e magari metterci i piedi? Dove si può sentire il suono del fiume che canta? Quando potremo ancora provare a urlare come un torrente in piena? Dall’etnografia dell’acqua di questa nostra ricerca, seguendo questo metodo, potremmo moltiplicare le occasioni di realizzazione di interventi per la trasmissione del patrimonio. Un patrimonio antropologico-ambientale. Un patrimonio della comunità. Se la comunità mi ha segnalato questi saperi sull’acqua, le azioni di conservazione non dovrebbero che essere conseguenti. Propongo un criterio generale per riattivare questi saperi intorno all’acqua: accostarli alle arti. Chiedere ad artisti di ogni genere (musicisti, pittori, poeti, scrittori…), nazionali o locali, di lavorare su qualcuna di queste immagini; ripercorrere la storia delle varie arti alla ricerca di gemellaggi e similitudini con le immagini locali; proporre interpretazioni sonore, visive, linguistiche dei simboli legati all’acqua rinvenuti con questa ricerca . Non voglio il restauro di un ponte, di una strada. Non voglio la costruzione di un edificio, la ristrutturazione di un mulino. Sono stanca di manufatti e costruzioni, di oggetti e cose. Mentre ci si affanna a costruire edifici strade oggetti, restiamo senza gli elementi comuni del paesaggio: l’erba, gli argini del fiume, il guado a pietre, il suono del torrente, le lumache, i maiali, i sassi. Ce li sottraggono senza che ce ne accorgiamo. Per questo costruisco per questo Ecomuseo, in questa valle del Vanoi che ora amo, un magazzino di saperi immateriali: simboli, parole, frasi, immagini, ricordi, racconti, narrazioni. Se in questo magazzino c’è davvero il sapere locale sull’acqua, e se da esso deriveranno coerenti scelte ecomuseali, allora la comunità vi si riconoscerà. Le due condizioni non sono però affatto scontate. Non presumo neanche che la comunità, riconoscendosi, ne sia felice: ho imparato in altri contesti di ricerca che le comunità non amano vedere esposti a nudo, analizzati, conosciuti, i propri saperi. Rideranno della protezione delle préne, diranno che il fiume che canta non esiste, che il maiale non si uccide più… Concludiamo la ricerca, consegniamo il magazzino costituito, ce ne andiamo dal campo. Lasciamo tracce scritte delle nostre proposte-provocazioni. Ma tutto deve ancora cominciare, perché ci sia un ecomuseo della comunità. Le nostre ricerche sono fredde, lontane dalla comunità. L’Etnografo è ancora Solitario . Questo tempo è il tempo in cui l’Ecomuseo ancora non c’è: non è l’Ecomuseo della comunità. Non c’è la comunità. Non c’è manifestazione di appropriazione del patrimonio, riflessione sul proprio sapere, critica del lavoro delle etnografe. Per cui faccio mia l’affermazione di Bettega: “Nell’Ecomuseo si dovrà prima o poi smetterla di affidarsi ad esperti esterni (ricercatori compresi) e crescere un’ampia componente socioculturale interna” . Io torno lontana. E a sprazzi, ripresa, tirata, tornerò – forse- vicina.
Riferimenti bibliografici
Breda Nadia (2003), Culture nelle grave del Piave. Gli uomini dei vimini, delle acque e dei sassi, in G. Sanga (a cura), Etnoscienza, “La ricerca Folklorica” n. 47, aprile 2003.
Breda Nadia (2002), L’acqua che addomesticava i sassi. Etnografia e poesia, “Parolechiave. Acqua”, n.27.
Brown Lester R., (a cura), (1990), State of the World 1990. Rapporto sul nostro pianeta del Worldwatch Institute, ISEDI, Petrini Editore, Torino.
De Villiers Marq (2003), Acqua. Storia e destino di una risorsa in pericolo, Sperling & Kupfer Editori, Milano.
Filippi Gilli Erwin (1996), Le alluvioni a Primiero. Gli eventi alluvionali nella storia e la catastrofe del novembre 1966, Comprensorio, Biblioteca intercomunale e Comuni di Primiero, Ente pArco Paneveggio Pale di San Martino.
Paul H. GELLES (2000), Water and Power in Highland perù: the Cultural Politics of Irrigation and Development, Rutgers University Press.
Global Forum di Rio (1993), La Carta della Terra. Il manifesto dell’ambientalismo planetario, Isedi, Utet, Torino.
IUCN, UNEP, WWF, (1991), Caring for the Earth. A Strategy for Sustainable Living, Gland.
Lanternari Vittorio, (2003), Ecoantropologia. Dall’ingerenza ecologica alla svolta etico-culturale, Dedalo, Bari.
David, MOSSE (2003), The Rule of Water: Statecraft, Ecology and Collective Action in South India, Oxford University Press, Oxford.
Paul, B. TRAWICK (2003), The Struggle for Water in Perù: Comedy and Tragedy in the Andean Commons, Standford University Press.
Di nadia (del 17/05/2007 @ 12:17:59, in Acqua, linkato 187 volte)
Verrà premiata una voce proveniente non dal solito primo mondo....
Opera premiata con il PRIMO PREMIO FRANZIN-CIVILTA' dell'ACQUA 2007 è il libro Les maitres de l’eau. Histoire de l’hydraulique arabe, Actes Sud, Arles, (2005), di Mohammed El Faiz per l’importante contributo dell’autore apportato alla cultura dell’acqua della civiltà arabo-musulmana nella storia del pensiero occidentale e per il tentativo di colmare una grande lacuna nella storia dell’idraulica mediterranea dell’alto medioevo.
La cerimonia di premiazione del primo Premio Internazionale Civiltà dell’Acqua “Renzo Franzin” si terrà alle ore 15 di sabato 19 maggio, a Firenze, presso la Fortezza Da Basso, all’interno della IV edizione di Terra Futura. Obiettivo del Premio è valorizzare pubblicazioni, iniziative, esperienze, ricerche e progetti innovativi maturati, a livello nazionale e internazionale, sulle tematiche di cui si occupa il Centro. Il premio mira a sensibilizzare l’opinione pubblica e le amministrazioni alla diffusione di modelli più sostenibili e di nuovi comportamenti verso l’acqua intesa come “bene comune”, patrimonio dell’umanità.
Ore 15.00 - premiazione e tavola rotonda sui saperi tradizionali dell'acqua Partecipano:
Ugo Biggeri (presidente Fondazione Culturale Responsabilità Etica) Ø Nadia Breda (Università di Firenze) Ø Ezio Da Villa (assessore della Provincia di Venezia) Ø Eriberto Eulisse (direttore del Centro Civiltà dell'Acqua) Ø Pippo Gianoni (IUAV, Venezia) Ø Pierfrancesco Ghetti (rettore dell’Università Ca’ Foscari, Venezia) Ø Pietro Laureano (ideatore della Banca Mondiale sui Saperi Tradizionali) Ø Domenico Luciani (direttore della Fondazione Benetton Studi Ricerche) Ø Sergio Reolon (presidente del Centro e presidente della Provincia di Belluno)
Con la presenza di Mohammed El Faiz, vincitore del Premio per l’edizione 2007.
La cerimonia di premiazione e la discussione dei lavori premiato saranno inframmezzate dallo spettacolo "Il respiro delle acque", a cura di Sandro Buzzatti, Nelso Salton e Luigi Vitale, con musiche dal vivo e letture di testi di Renzo Franzin.
La menzione speciale “progetti” è stata assegnata a Ipogea, diretta dal prof. Pietro Laureano, per il recupero di una cisterna a tetto nella Murgia di Matera.
Mohammed El Faiz, economista e storico dell’agronomia e dei giardini arabi, è attualmente professore e ricercatore all’Università Cadi Ayyad di Marrakech (Marocco). Nel 2000 ha ricevuto il premio Carlo Scarpa per i giardini storici e il paesaggio per il suo impegno nella tutela dei giardini reali di Marrakech. Fra le sue pubblicazioni sui temi dell’acqua, dell’agronomia e dei giardini nella civilizzazione arabo-musulmana citiamo: Agronomia della Mesopotamia Antica: analisi dell’agricoltura nabatea di Qûtâmâ, Leiden-Koeln-New York, 1995; I Giardini di Marrakech, Actes Sud, Arles, 2000; Ibn al-Awwâm, Il libro dell’Agricoltura (Kitâb al-Filâha), Sindbad/Actes Sud, 2000; Marrakech: patrimonio in pericolo, Actes Sud/Eddif, 2002.
Renzo Franzin (1949-2005) è stato fondatore e direttore del Centro Internazionale Civiltà dell’Acqua Onlus. Ha esplorato il tema “acqua” nella molteplicità delle sue interazioni con l’uomo, indagando con grande lucidità le questioni antropologiche, sociali, geopolitiche e storiche sottese a questo complesso rapporto. Franzin, oltre che direttore e animatore instancabile del Centro, è stato giornalista, scrittore, poeta e convinto ambientalista. Il prezioso contributo di Franzin costituisce un’esperienza unica in Italia, oggi raccolta nel libro “Il respiro delle acque” (edizioni Nuova Dimensione, Venezia, 2006). Con il ricavato della vendita del libro, il Centro ha istituito un Premio per diffondere a livello internazionale il contributo intellettuale di Franzin e il suo impegno civile per la costruzione di una nuova Civiltà dell’Acqua.
Il Centro Internazionale Civiltà dell'Acqua Onlus è un'associazione senza fini di lucro nata nel 1998 a Treviso. Il Centro lavora per far crescere nel territorio la “Cultura dell’Acqua” e, più in generale, dell’ambiente e del paesaggio. Promuove attività didattiche nelle scuole, seminari di formazione, conferenze, progetti, mostre e pubblicazioni. Interviene attivamente per la tutela di luoghi d’acqua a livello locale, nazionale e internazionale. La realizzazione dell’evento è stata possibile grazie al generoso contributo della Fondazione Culturale Responsabilità Etica
Di nadia (del 03/04/2007 @ 21:31:37, in ACQUA, linkato 170 volte)
La piave amorosa C’è un fiume conosciuto, ad estnord d’Italia: il Piave. Ma quasi del tutto sconosciute sono le narrazioni che la gente di quel fiume faceva, parlandone (al femminile!) come di un essere vivente e agente, intenzionale e misterioso allo stesso tempo. Raccontavano per esempio, che l’acqua della Piave, in maggio, ‘ndéa in amór, “andava in amore”. Accadeva a causa delle piene primaverili, quando l’acqua della Piave tendeva a fare un dosso al centro del fiume e si arricchiva di erbe acquatiche sul fondo che tingevano di verde l’acqua, e appiccicandosi ai sassi rendevano viscido e scivoloso il fondo. Facile sarebbe spiegare questo fenomeno in termini scientifici, ma gli anziani cariòti, raccoglitori di sassi nel fiume, gente della Piave, leggevano questa cosa diversamente: in maggio l’acqua è diversa: fiorisce di erbe, si trasforma, si ingrossa, è più veloce, verde, ingannevole e scivolosa. E’ l’acqua in amore, così ingobbita ed erbosa, così infurbita da far scivolare gli uomini che attraversavano la Piave. Poiché, infatti, cosa di non poco conto per chi abitava quei luoghi, anche i più esperti nell’attraversare la Piave rimanevano ingannati dall’acqua in amore di maggio, che nascondeva le piste di attraversamento, essenziali per raggiungere le porzioni di terra che possedevano dentro o oltre la Piave, quando non c’erano ancora i ponti . La narrazione dell’acqua amorosa è un esempio a mio avviso tra i più belli di antropologia dell’acqua, di una memoria antropologica dell’acqua, più vasta e profonda della memoria prettamente scientifica o geografica. Questa narrazione popolare è una costellazione fatta di persone e ambienti, di animali e mestieri, di cosmo e di linguaggi. Una antropologia dell’acqua (che inizia sempre con una buona dose di ascolto e di osservazione) si esprime nella rappresentazione del rapporto delle persone con l’acqua. Spesso gli anziani sono gli interlocutori privilegiati, poiché il loro rapporto con l’acqua era vitale, essenziale, corporeo, sensitivo, e non smaterializzato e alienato come quello di oggigiorno. L’antropologia dell’acqua può apportare al dibattito attuale sull’acqua una molteplicità di narrazioni e di memorie, di punti di vista diversi, di “idee” dell’acqua, attraversando la pluralità delle culture, frequentando le “altre” acque e le acque degli altri. Se, come insegna Riccardo Petrella, abbiamo bisogno di un cambiamento riguardo l’idea che abbiamo dell’acqua, allora abbiamo bisogno dell’antropologia e dei suoi giri lunghi nei mondi che frequenta, lontani nel tempo e nello spazio, oppure vicini ma rivisitati in maniera sghemba, obliqua. L’antropologia può praticare spostamenti del punto di vista. Emergono così i “saperi naturalistici locali”, che ampliano quei meravigliosi 78 esempi di saperi contro la desertificazione descritti da Piero Laureano e riconosciuti dall’UNESCO. Per esempio, in Trentino, dove ho condotto delle ricerche sull’acqua per l’Ecomuseo del Vanoi, la gente delle montagne praticava un certo modo di “bere l’acqua con le prene” , accartocciando una foglia di farfaraccio, una comune erba spontanea vicina ai torrenti e ai luoghi umidi. La piegavano a cono e attingevano l’acqua dal torrente. Non usavano altri recipienti. Sempre nella vallata del Vanoi è stato indagato un sistema complesso di microcanalizzazioni dell’acqua nelle praterie da sfalcio, un’ opera collettiva dei contadini, per convogliare l’acqua e il concime nelle praterie e frenare l’erosione dei terreni. Ma l’apporto principale di una possibile antropologia dell’acqua consiste nella possibilità di leggere il simbolismo dell’acqua così come è agito socialmente, nella sua molteplicità di forme culturali. Si pensi per esempio all’antropomorfismo dell’acqua (l’acqua della valle che urla nelle alluvioni, che canta quando è in piena, l’acqua che salta, trascina, fa sgambetti, l’acqua di palude che respira attraverso le canne, i ghiacci interpretati come respiri delle montagne…). Si pensi al tema del vitalismo dell’acqua (l’acqua in amor, l’acqua che feconda, l’acqua che nasce vive e muore…). L’acqua infatti non è riducibile a pura risorsa né a sostanza, ma sempre trascina con sé gli aspetti primordiali della vita, le caratteristiche del vivente. L’antropologia dell’acqua può mettere in luce complessi linguaggi sociali e culturali: i contadini trevigiani avevano molti modi di denominare le risorgive, addirittura più di quelli che le scienze possiedono. Nella valle del Vanoi, sono una ventina le forme e i nomi che la gente del luogo utilizza per descrivere i vari tipi di neve. Tutto ciò potrebbe essere a mio avviso un contributo importante nel percorso di recupero dalla nostra alienazione dalle acque, dalla de-materializzazione e dalle recenti privatizzazioni, poiché una pratica dell’antropologia dell’acqua attraverso un recupero delle biografie e delle autobiografie, del narrare e del narrarsi, della memoria, ci ricondurrebbe almeno a una nuova frequentazione delle acque. L’acqua infatti è un diritto ma abbiamo anche il dovere di frequentarla, di tornare a frequentarla. E’ necessario un recupero di rapporti diretti, umani, vivi, storici e sociali con le acque. L’acqua deve essere collegata a complessi sistemi di pensiero, di linguaggio, di pratiche: questa è la vita delle persone. Dobbiamo tornare a viverla. Dobbiamo tornare a viverla sia nei Paesi in via di sviluppo che nel mondo occidentale, per decolonizzare la mente del colonizzato ma anche quella del colonizzatore, come insegna Armando Gnisci. Abbiamo bisogno di antropologie eticopoliticopoetiche, secondo l’espressione di Joyce Lussu, che andava a cercare intenzionalmente nei campi di battaglia o nelle carceri o nei luoghi di esilio i poeti delle rivoluzioni coloniali. Noi abbiamo così allontanato l’acqua da noi stessi che dobbiamo ora intraprendere spedizioni eticopoliticopoetiche per trovare l’acqua. Alla fine, paradossalmente, dovrebbe verificarsi una diminuzione del nostro antropocentrismo e una emersione del ruolo della natura, una decrescita degli eccessi di cultura, verso il riconoscimento dell’autorevolezza dell’acqua, che fa la storia tanto quanto la fanno gli uomini. Dal punto di vista del metodo ciò significherebbe un aumento della capacità di ascolto dei materiali, degli altri esseri non-umani, dell’altro-acqua e dell’altro-uomo nel suo rapporto con l’acqua. Nel frattempo, le persone che ci stanno attorno ci parlano dell’acqua e tutti noi dovremmo allenarci all’ascolto attento delle loro narrazioni. Noemi era una bambina negli anni ’40, e attraversava la Piave con i suoi genitori, contadini. Un giorno attraversarono la Piave nel tardo pomeriggio, e l’acqua era alta: era cominciata la piena. Ora le piste erano scomparse sotto un’acqua torbida e vorticosa. I genitori avevano messo la bambina alla guida delle bestie che trainavano il carro. Sopra il carro di fieno c’era il fratellino minore. L’acqua si faceva sempre più fonda e la bambina cominciò a gridare e a chiedere aiuto, immersa nell’acqua. I genitori la incitavano: “tieniti stretta alle bestie, tieniti stretta a loro che sanno nuotare”. Gridando e aggrappandosi alle bestie Noemi, bambina di otto anni, portò il carro fuori dal guado, e sessant’anni dopo, piangendo mentre racconta, Noemi ancora dice “ringrazio il cielo di avercela fatta”.
Pubblicato in Carta Estnord, 24/30 marzo 2007, anno IX, n.11.
05/09/2010 @ 22.29.55
script eseguito in 110 ms
|
|