I Rom rapiscono i bambini?
Questo il testo scritto dall'antropologa Sabrina Tosi Cambini, amica e collega di Firenze, che prende posizione sulle attuali vicende di violenza contro i Rom, a partire non da emozioni, principi o teorie, ma da un approfondito studio pluriennale, condotto su archivi, preture, tribunali. E' apparso sul Manifesto il giorno 22 maggio 2008.
di Sabrina Tosi Cambini
Quando si dà notizia di fatti come quello recente di Napoli, si apre una voragine in cui la confusione e i luoghi comuni si alimentano a vicenda. Ci sembra, dunque, opportuno segnalare lo studio sui presunti rapimenti di infanti da parte di rom e sinti condotto da Sabrina Tosi Cambini e attualmente in stampa presso la casa editrice CISU. Esso fa parte di un progetto di ricerca più ampio sotto la direzione di Leonardo Piasere commissionato dalla Fondazione Migrantes al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona, dove contemporaneamente è stata condotta da Carlotta Saletti Salza un’indagine sulle adozioni di minori rom e sinti in Italia. La ricerca originariamente copriva il ventennio dal 1986 al 2005, ma si è protratta fino al 2007. I casi studiati sono stati individuati e analizzati partendo dall’archivio Ansa e arrivando alla consultazione dei fascicoli dei Tribunali. Tra i risultati generali dobbiamo anzitutto dire che non esiste nessun caso in cui viene commesso un rapimento. Nessun esito, infatti, corrisponde ad una sottrazione dell’infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente. Anche laddove si apre un processo, il fatto contestato viene sempre qualificato come delitto tentato e non commesso, le cui circostanze aprono ad una complessa valutazione dell’esistenza o meno della volontà dolosa. Inoltre, in alcuni casi l’identità rom della persona è solo ipotizzata dai denuncianti; in altri l’esito dell’intervento delle Forze dell’Ordine e delle indagine portano a ritenere che si è trattato di un equivoco, che i fatti svolti non erano tesi ad un’azione criminosa e comunque all’assoluta certezza dell’inesistenza di un tentativo di rapimento; ancora: si scopre che coloro che denunciano il fatto sono persone che cavalcano volontariamente il luogo comune degli “zingari ladri di bambini” per un secondo fine; oppure le ricerche a tappeto effettuate dalle FF.OO., i controlli e le perquisizioni nei campi nomadi non portano a niente. Comparando i casi studiati è possibile notare il ricorrere di poche variabili sia per quanto riguarda gli attori coinvolti che le dinamiche: gli elementi ripetitivi dei fatti narrati vanno a costruire una struttura contestuale che si ripete. Ad esempio, nella grande maggioranza, si tratta di ‘donne contro donne’ ossia è la madre (o un’altra parente stretta) ad accusare una donna zingara (o più donne zingare) di aver tentato di prendere il bambino; non ci sono testimoni del fatto, tranne i diretti interessati; gli eventi accadono spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali; nessuno interviene in soccorso della madre; non di rado appare la paura che vi sia uno ‘scopo oscuro del rapimento’ per cui la presenza di alcuni mezzi e persone nelle vicinanze vengono interpretate dalle madri (o da altre figure) come complici della zingara (ma i controlli, lo smentiscono regolarmente). Si può affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo “gli zingari rubano i bambini” risulta essere molto più potente di qualsiasi altro. Non si ha paura, infatti, che sottraggano il portafogli o la borsa (secondo lo schema mentale “gli zingari rubano”), ma che portino via il bambino. Il lavoro più impegnativo si è concentrato sullo studio dei casi che hanno portato all’apertura della procedura e dell’azione penale e, quindi, sui fascicoli di loro riferimento, adottando, oltre a quella giuridica, più prospettive: etnografica, dell’antropologia giuridica ed etnometodologica. Infine, per quanto riguarda episodi di sparizione di bambini, nella maggioranza molto noti all’opinione pubblica, abbiamo ricostruito i vari momenti in cui i rom e sinti entravano tra i soggetti sospetti e gli esiti degli accertamenti che derivavo dall’attività investigativa (sempre negativi).
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