Ecco un dono che mi è arrivato: un racconto del poeta Gianpietro Barbieri... con il quale condivido l'amore per la Piave, come lui cammino sugli argini dei fiumi e dei torrenti, e come lui sono -spero- una attivista militante r-esistente....da leggere! (grazie gianpi).
UNE SAISON A CA’ TRON
(domenica metafisica nella campagna) gennaio 2010
*
Nell’inedito silenzio della domenica, per la strada, i paesi, le campagne, i lungofiumi; nella sconosciuta assenza di movimento, nell’immobile confuso paesaggio che sembra ordire qualcosa di losco e fosco e tragico, l’auto segue istintiva una via, apre decisa una breccia sul muro immobile di case e ringhiere e niente di cui si compone la nostra visuale.
Sulla Luna è domenica.
Resti anneriti di lancette vagano verso chiese opache – simula il cervello il chiocciare di pollame per avere un barlume di atavica madeleine, qualcosa da sgranocchiare nella mai sazia e obliante memoria.
L’auto non parla e punta decisa verso il mare.
La campagna rolla verso sud, piano ma costante la grande piattaforma si inclina. Stoppie, arativi, prati senza identità: deserto, nulla, pattume … e del deserto giunge puntuale il miraggio: un grappolo di persone, vedo vesti colorate, qualcuno fuma e colora l’aria altrimenti di vetro; stanno insieme, guardo se c’è una chiesa lì vicino, ma niente… guardo, cerco perché nel deserto della campagna tutto è evidente, almeno sembra, almeno credo; cerco e scopro un campo da calcio con qualche ragazzo intirizzito che rincorre una palla per la gioia del papà.
Le auto riposano come bestie nella stalla, affiancate l’una all’altra davanti ad un palo di legno messo di traverso.
Allora mi prende un’illuminazione o, molto semplicemente, in quel mare d’indecisione mio e della campagna penso di fare qualcosa e quest’idea mi riempie di gioia, mi autorizza a sperare in qualcosa che forse accadrà. Parcheggio ed esco, mi libero dalla camicia di ferro e vetro dell’auto, dallo scafandro che mi portava dove voleva, che mi incatenava lo sguardo obbligandolo alla visuale del rettilineo e basta, mi obbligava a pensare solo a quell’istante col suo monotono brontolare,borbottare la stessa cosa come un vecchio rimbambito.
Esco e mi dirigo verso l’argine. L’argine ha sempre sorprese, l’argine è un labbro che bacia il cielo con l’acqua del fiume che chiude, l’argine sa, è esperto di terra e di acqua, è un amico che avverte del pericolo, è l’amico che ti porta verso qualche paese se lo segui mentre ti racconta di nutrie e persici, di martin pescatori e albe sconfinate.
Esco e vado verso l’argine, ma sento che non basterà a liberarmi da quel colloso paesaggio che mi circonda, che mi precede e mi segue; sento che quel paesaggio mi è entrato dentro e non uscirà mai più: sono suo, appartengo a quel nihil diffuso, a quell’abrasione, a quella cicatrice, alla larga ferita della campagna.
Guardo intorno; l’argine mi ha innalzato di qualche metro dal piano campagna, l’ha fatto per tirarmi un po’ su, per darmi coraggio come immaginavo, ma non basta.
Tuttavia, la sorpresa dell’acqua, antro dei misteri, altra dimensione mi coglie impreparato e, sebbene per poco, per un poco appena sorrido di meraviglia.
Assisto ad un evento… e qui davvero vorrei che ci fosse stato qualcuno che avesse visto la stessa cosa che ho visto io, perché raccontarla è una fatica e non è mai, mai la stessa cosa: ho visto un piccolo topo, un ratto delle chiaviche, staccarsi dalla sponda; le zampette si dimenavano nell’acqua trasparente con ritmo incalzante; faceva pena e ridere insieme. Stringeva tra i dentini un frammento di giunco e sembrava un topo extraterrestre con la testa nientemeno che di colore verde; un topo ET a Ca’ Tron e nessuno lo vede. Suona intanto di lontano una campana… allora mi fermo e mi guardo in silenzio intorno,verso Marteggia, verso Bonisiolo; guardo il silenzio………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………… poi torno a guardare il topo: sta facendo uno sforzo, non c’è che dire, è già oltre la metà del fiume, ma la corrente lo porta sicuramente fuori dall’approdo che si era immaginato; chissà come farà ad orientarsi… me lo chiedo mentre sento che mi mancherà quell’essere minimo che ha un cuoricino che batte è l’unica vita che c’è per chilometri e chilometri, almeno vita visibile… ma chissà qual’ è la verità, quale topo la possiede e se ce l’ha chissà se si fa vedere in giro… infine, approda e sparisce inghiottito dalle sterpaglie, inghiottito dal nulla così in fretta, come bevuto dal buco del lavandino, così in fretta che mi chiedo se c’è mai stato davvero… ma la sua nostalgia mi resta e questo credo prova la sua esistenza, e la mia.
Mi sto sporcando le scarpe di fango; questo c’è: fango e freddo; sull’argine trovo due pesci morti da qualche giorno, devono essere carpe; hanno gli occhi spalancati e fissano il cielo tra l’erba bruciata dal gelo; stanno lì ad aspettare di disintegrarsi, di rimescolare le carte, di tornare in stazione; chissà cosa direbbe il topo, cosa ne penserebbe… forse nulla e si limiterebbe a mangiarne un poco di quel pesce per riempire l’unico vuoto che conosce, quello della sua pancia.
L’auto mi aspetta con un’insopportabile aria di vittoria: mi guarda luccicante, intatta, piena di sé… però almeno mi tiene caldo e questo mi fa piacere, è un qualcosa che lei non ha previsto forse ed allora, guardando fuori, spengo il riscaldamento, tiro giù il finestrino per essere più vicino al paesaggio.
Ora guardo le distese dei campi con più familiarità; porto una parte del loro sangue sotto le scarpe, porto negli occhi gli occhi dei pesci morti sull’argine… porto la nuotata del topo… e scopro però che non riesco a togliermi la visione di quella distesa dallo sguardo… chiudo gli occhi e la vedo più nitida che nella realtà… è tornata a possedermi, non riesco a liberarmene, sono nella tela del ragno, invischiato
e la desolazione mi toglie ogni energia, ogni alternativa la inghiotte la distanza… guardo lontano mentre l’aria si fa ancora più fredda ed il sole inizia a tramontare allargando il vuoto… guardo i campi aprirsi al buio del cosmo, proseguire negli spazi siderali con campi di stelle, scoline di comete e bui insondabili come tane di talpa, guardo fino a che c’è luce e sulla luna vedo – almeno credo – piccole tracce di zampette in fila.
FINE
I commenti sono disabilitati.